L'ultimo corteo
Migliaia in fila al Lingotto per l'addio a Gianni Agnelli. Ci sono i vip, politici e calciatori, imprenditori e sindacalisti, ma ci sono soprattutto tanti torinesi...
data: 26 Gennaio 2003
autore: LORIS CAMPETTI
fonte: il manifesto
Migliaia in fila al Lingotto per l'addio a Gianni Agnelli. Ci sono i vip, politici e calciatori, imprenditori e sindacalisti, ma ci sono soprattutto tanti torinesi. I sudditi orfani del monarca e gli operai, anche quelli in mobilità: «Questo è anche il funerale dell'automobile»

Si è fatto a piedi tutta la rampa elicoidale e poi un'oretta di coda sotto il sole che scalda la fantasmagorica pista di prova del Lingotto. E' una giornata bellissima, da quassù, all'ultimo piano di quella che fu una fabbrica di automobili, si vede la Torino dei ricchi arrampicata sulla collina e, dalla parte opposta, la città operaia, le ciminiere che non fumano più. Laggiù c'è Mirafiori, il gigante in ginocchio, a sinistra c'è la Avio prossima alla vendita. Sta per chiudere i battenti, perché tutta la produzione aeronautica verrà trasferita a Rivalta dove una volta si costruivano automobili. Il nostro amico, un po' affannato per la salita sulla scala elicoidale, con indosso qualche chilo di troppo, sta disciplinatamente in coda per poter accedere alla camera ardente. Mette la sua firma sul libro delle presenze e alla mia domanda impertinente, «che ci fai qui, tu che sei stato appena messo in mobilità, fuori dalla fabbrica e dal lavoro e dall'identità», mi risponde stupefatto dopo essersi aggiustato il basco: «Sto qui perché l'avvocato era un grand'uomo. Lui le automobili ce le aveva nel cuore. Mica come i suoi parenti. Anch'io ho l'automobile nel cuore».

Poi arriva quell'altro, operaio al Lingotto finché la fabbrica più bella non è stata chiusa, anche lui segnato dalla salita. «Qui, in questo stabilimento, ho passato trent'anni. Adesso che muore Gianni Agnelli è davvero chiuso, definitivamente. Sono venuto a vederli per l'ultima volta, la fabbrica e l'avvocato». Salgono tutti in coda, disciplinatamente. Vengono dalla collina e dalla città operaia e solo dalle facce distingui il proletario dal borghese. Non ci sono aggregazioni sociali in coda come al museo di Lenin sulla Piazza Rossa, come sarebbe stato solo un anno o dieci o cento anni fa. Ci sono i cittadini, i turineis. Non ci sono le rappresentanze degli stabilimenti come alla marcia dei quaranta mila o alle manifestazioni operaie di protesta, mi suggerisce l'amico e compagno Marco Revelli.

Tutti in fila sulla scalinata del Lingotto CAMERA ARDENTE. Sudditi alle esequie del monarca, operai al funerale dell'automobile, vip per farsi vedere. I pullman scaricano migliaia di persone, Torino si mette in coda per ore. E la Famiglia cerca di incassare l'eredità E'con lui - che con una fatica titanica racconta a sé e a noi che il Novecento è morto e sepolto - e con Claudio Stacchini - capo storico della quinta Lega Fiom di Mirafiori anche se ora fa un'altra cosa nell'organizzazione ma continua a pensare al lavoro come motore della storia di questa città - che ho deciso di dare l'ultimo saluto all'avvocato Gianni Agnelli. Siamo tutti in coda, disciplinati come si conviene, alla morte del monarca. Marco Revelli ha un sussulto nel vedere questa fila incredibile di uomini e donne composte, e gli esce quasi un'autocritica: «Questa non è la fine del Novecento, è la fine dell'Ottocento». E' la città monarchica che sfila composta per toccare da morto il re che non si è potuto toccare da vivo. E aggiunge: «Non credo che se dovesse morire Bill Gates, negli Stati uniti si verificherebbe una scena analoga». Più tardi, nella curva della pista di prova posta sul lato opposto dello Scrigno, un amico che conosce il mondo e l'America mi dice: «Ai funerali di Henry Ford secondo non era così». Questo amico mi suggerisce una riflessione: «Ricordi la canzone 'Quindici uomini sulla cassa del morto'? E' la stessa cosa, qui. Vedi il sindaco tricolorato, Sergio Chiamparino? E' la terza volta che sfila di fronte alla salma e poi si ferma a parlare con i giornalisti e le autorità. Vedi quel dirigente Fiat? Anche lui è la terza volta che fa la coda e finalmente è riuscito a farsi notare da tutti. Qui tutti cercano di appropriarsi delle spoglie funebri dell'avvocato». Non c'è dubbio, l'avvocato era, se non amato, sicuramente rispettato a Torino. Chi ha vissuto alla sua ombra, infilandosi l'orologio sopra il polsino, ora tenta di sfruttarne anche la morte. «Secondo me - mi sussurra all'orecchio l'amico senza nome che non è un operaio ma che conosce bene la saga degli Agnelli - anche la famiglia schierata che stringe la mano a queste migliaia di torinesi in coda per l'ultimo saluto, balla sulla cassa del morto. La famiglia Agnelli sa di non essere amata a Torino, e cerca di incassarne l'eredità stringendo mani e ringraziando chi è venuto qui senza secondi fini, solo per salutare l'avvocato che stimava». «Non ci sono colori aziendali, solo cittadini» scomposti rispetto alle classi e all'identità di appartenenza, commenta Revelli. E Claudio Stacchini continua a salutare gli operai che ha visto in assemblea alla lastratura di Mirafiori, o al montaggio, o alla Powertrain. Perché siete qui, chiede a tutti? «Perché è il funerale dell'automobile. Il mio funerale». Non ho visto occhi lucidi ma solo un gran contegno, ciuc ma dignitous, si dice a Torino. E il dirigente della Fiom, che cerca la delegazione ufficiale della Cgil prima di entrare nella camera ardente, a commento delle quattro pagine di necrologi sul giornale della famiglia Agnelli, La Stampa, la bugiarda, propone un altro modo di dire sabaudo: «Esageruma nen», non esageriamo, per favore. «Hanno dato più spazio a questa morte che all'11 settembre», e non pensa solo alla bugiarda ma a tanti altri quotidiani. Marco Revelli è con due registi che avendo una cinepresa vengono assediati da vip che vogliono far sapere «io c'ero». Ma anche un operaio si avvicina, per raccontare la sua vita d'inferno alla Fiat, i 35 giorni dell'80, la cassa integrazione, il rientro, l'ultima espulsione. Racconta la sua storia solo per arrivare al concetto che vuole assolutamente socializzare: «Se c'è la crisi è colpa degli italiani che non comprano automobili Fiat».

In coda c'è l'interclassismo. Intendiamoci: chi è qui non è come i vip che vogliono farsi vedere e riprendere. Sono cittadini. Cittadini ordinati. O forse, mi dà di gomito uno dei miei amici, «sono sudditi che vogliono toccare il sovrano, non sono riusciti a farlo da vivo ma finalmente ora possono sfiorare la bara». La bara è chiusa, in questo si nota la differenza tra questa coda e la coda al mausoleo di Lenin al tempo del socialismo reale, sulla Piazza Rossa. C'è la famiglia riunita che stringe migliaia di mani e ringrazia. I volti delle sorelle, del fratello, dei cugini, fanno impressione. Segnati certo dal dolore, ma con queste pelli di carta pecora che fanno pensare a una vita troppo faticosa, troppo impegnativa, o al troppo sole preso in barca a vela. Solo il giovane Elkann ha la pelle liscia. Stringono la mano ai pensionati che 23 anni fa sfilavano in città gridando «Novelli, Novelli, riaprici i cancelli» e agli operai che quei cancelli presidiavano. Stringono mani schive e sincere e mani petulanti di accattoni, rugose calde le prime, morbide e sudaticce le seconde.

I miei colleghi fanno il loro mestiere invece di perdere il tempo come faccio io, con un sociologo, un sindacalista e un amico di cui tacciamo l'identità. Si appuntano sul block notes l'elenco delle persone che contano. Ci sono tutti: la Ferrari al completo con Todt, Luca di Montezemolo e Schumacher. Ci sono i politici e i sindacalisti, sindaci e governatori, ministri e presidenti. C'è la Juventus e c'è anche Sergio Cofferati. Ma ci sono anche quelli che i colleghi non appuntano sul quadernetto: studenti un sacco alternativi con zainetto - oggi è lutto cittadino - e il logo del Che. Ci sono giovani parrocchiani guidati dal prete. Ci sono alcuni dipendenti della Piaggio con la divisa aziendale, «unico segno del lavoro», dice Revelli. E aggiunge Claudio: «Qui non c'è il lavoro, la Fiat. Qui c'è la famiglia». La Fiat intesa come luogo di lavoro una cosa è riuscita a ottenerla: che la camera ardente fosse fatta al Lingotto, nella ex fabbrica del nonno senatore e fondatore, e non al Centro storico come avrebbe voluto la famiglia. Va detto che la famiglia i funerali li avrebbe voluti assolutamente privati e invece neanche in questo è stata ascoltata: il cardinale Severino Poletto, dopo aver dato l'estrema unzione all'avvocato, ha praticamente imposto la cerimonia pubblica al Duomo, questa mattina, prima che la salma possa andare finalmente a riposare nella villa di famiglia in val Chisone. Ma nessuno osa dire che anche l'arcivescovo fa parte di quelli che ballano sulla cassa del morto, cercando di appropriarsi delle reliquie. Al Duomo c'è già la Sacra Sindone, una basta.

«Questo è un commiato», dice Claudio Stacchini per spiegarsi i tanti volti operai noti in coda sulla rampa elicoidale del Lingotto. «Il commiato da un uomo e dalla sua famiglia, da un'epoca, dal secolo dell'automobile». «Calma - dice Marco - questo rito ottocentesco mi fa pensare che il periodo industriale di questa famiglia sia stato una parentesi in un'altra storia. E' questa parentesi che oggi si chiude». Un fatto è certo: in coda non c'è l'esercito del lavoro ma soltanto individui. Più i guardoni, i giornalisti e i fotoreporter. Più gli ospiti stranieri, i non italiani cioè i non torinesi che di questa storia che finisce non possono capire un bel niente. Al massimo possono scoprire dall'amico giornalista della Stampa che Umberto non vuol liberarsi soltanto dell'automobile ma anche del giornale di famiglia. O meglio, vorrebbe regionalizzarlo: vendiamo in Piemonte? E allora basta con queste presunzioni italiane, basta con questi sprechi.

Riscendiamo a ritroso la rampa elicoidale del Lingotto. Non so se i miei amici ce l'abbiano con me per averli costretti a quest'ultimo rito, ma forse in fondo in fondo sono contenti. Vuoi per curiosità antropologica, vuoi perché ci sono dei momenti, a Torino, in cui un torinese non può non esserci. Su via Nizza si susseguono gli autobus della linea 1, arrivano tutti strapieni, scaricano cittadini tristi, guardoni e sudditi e poi ripartono. Il re è morto, viva il re. Come in tutte le favole il re è buono, dev'essere buono. I cattivi sono gli altri: i cattivi consiglieri, il fratello, la famiglia. Ma per favore, giù le mani dal re. Un re che aveva studiato dai salesiani e aveva imparato le regole della vita dal nonno e nell'esercito. I militari, si sa, hanno pochi concetti, poche idee ferme in testa: la fedeltà, sempre e comunque, e l'obbedienza. Una volta l'avvocato Gianni Agnelli aveva detto: «Preferisco una persona fedele che uno con i grilli nella testa». E' la storia di Torino, questa. E' la storia dei torinesi. I quali, però, ogni tanto si incazzano e rompono tutto. Non è ancora giunto il momento.

Oggi un altro rito collettivo, tutti al Duomo. Poi qualcuno tenterà di arrampicarsi su per la val Chisone, verso Villar Perosa. Speriamo che in pochi ci riescano, e che l'avvocato possa essere sepolto in pace.