COS’E’ J.F.K.
A quarant’anni dalla sua prematura scomparsa, si può tentare di rileggere approfonditamente la carriera di John Fitzgerald Kennedy.
data: 24 Aprile 2004
autore: Gaetano Farina
Sono trascorsi esattamente quarant’anni. Il 22 novembre 1963, a Dallas, moriva John Fitzgerald Kennedy, il primo presidente americano cattolico, colui destinato a divenire, suo malgrado, l’ennesimo mito americano. Per la ricerca storiografica una figura alquanto controversa come la dinamica del suo efferato assassinio. Al mito si sono avvicinate le nuove generazioni, senza vincoli geografici; su J.F.Kennedy si è sviluppata una vastissima letteratura. Gran parte della sinistra europea lo ha ammirato ed ancor’oggi rimpiange il “kennedysmo”, da noi Walter Veltroni ha dedicato un intero libro all’altro celebre fratello di John, Bob, ministro alla giustizia, anch’egli ucciso senza un movente chiarito. Molti altri, al contrario, ne hanno messo in dubbio capacità e qualità morali, definendolo scarsamente intelligente e fortunato a fronte dell’enorme ricchezza familiare e del magnifico staff di intellettuali e scienziati al seguito, sostenendo che la sua “nuova frontiera” abbia significato, alla fine di tutto, solo esasperazione dell’imperialismo a stelle e strisce. Probabilmente ci si deve frapporre alla cerchia dei simpatizzati e a quella dei detrattori cercando di assegnare con calma il giusto peso ai dati, alle informazioni, alle parole e alle testimonianze, inquadrando con precisione il contesto storico in cui Kennedy operò. John Fitzgerald Kennedy nacque nel 1917 da una famiglia ricca per le attività più o meno lecite del padre che si dice si sia fatto molti soldi all’epoca del proibizionismo con alleanze mafiose e che, ciononostante, ricoprì alti incarichi istituzionali oltre ad essere presidente di banca. Papà Joseph sognava un figlio presidente d’America e il secondogenito John lo accontentò, nonostante a quest’ultimo non dispiacesse affatto godersi i lussi e la materialità. Tuttavia, una volta imboccata la strada dell’impegno politico, John si prende sul serio, decide di calarsi perfettamente nella parte, incominciando a coltivare ideali di giustizia sociale: tutto ha inizio nel ‘46, a 29 anni, la sua prima battaglia elettorale è nei quartieri di Brooklyn, è nell’ala democratica, nonostante i gravissimi dolori alla spina dorsale, a 34 anni è il più giovane senatore americano, il 13 Novembre 1960 diventa il 34° presidente della storia degli Stati Uniti. Le sue dichiarazioni programmatiche, cariche di spjnta retorica, sono fragorose, dettate da una volontà di spezzare la continuità e fissare i presupposti per una svolta epocale; il presidente sognava un mondo più tranquillo, la cancellazione di ogni discriminazione, una rivoluzione culturale che facesse trionfare il pacifismo, in un’America, quella degli anni Sessanta, ancora piena di odio e di conflitti, dove, specialmente negli stati del Sud come il Mississipi, i neri continuavano ad essere considerati una razza inferiore. Si adoperò per tramutare in legge la parità di diritti fra bianchi e neri, cercando di assecondare il leader nero Martin L.King (morto anch’egli nel ’68 in circostanze violente) e inimicandosi vari governatori del Sud, aveva messo in cima al suo programma politico il sostegno ai più deboli, con un previsto aumento della spesa sociale, e non solo la sua gente, ma anche i paesi del Terzo Mondo, specialmente i vicini sudamericani, nell’ottica, pertanto, di una ridistribuzione più equilibrata delle risorse. Un presidente che, aderente al cattolicesimo, così diffuso e radicato nel mondo, acquisiva credibilità anche grazie al proprio fascino, all’immagine di una devota ed altrettanto fascinosa moglie, l’aristocratica e raffinata Jacqueline, elevata a modello d’imitazione femminile, e di una splendida famiglia. Ma, certo, non occorre schierarsi con i suoi critici più severi per concludere che la vigorosità di quel vento riformista s’attenuò progressivamente, a prescindere dalla sua morte improvvisa. Occorre, invece, tenere ben presente che anche J.F.Kennedy, alla fin dei conti, rimaneva un figlio della “Guerra Fredda”, di quella cultura abituata al bellicismo per cui anche lui, esaltato dalle cronache come valoroso eroe di guerra, riteneva fondamentale l’esperienza del servizio militare. Kennedy, inoltre, ebbe veramente vita difficile una volta salito al potere. Noi di solito lo ricordiamo come un presidente amato e rimpianto universalmente dalle masse, anche, se non soprattutto, per la somiglianza agli attori hollywoodiani e per la drammaticità della sua morte. Eppure, all’epoca, Kennedy non aveva certo tutta l’America dalla sua parte, il suo rivale elettorale Nixon, rappresentate della continuità e del conservatorismo, fu sconfitto con un risicatissimo scarto di voti. Le sue velleità idealistiche preoccupavano tutte le altre istituzioni, Congresso, Consiglio Militare e forze investigative che lo vedevano troppo giovane rispetto a tutti gli altri capi di Stato mondiali - i quali, per età, potevano essere suoi nonni - e lo osteggeranno continuamente e aspramente, scenario in cui, poi, maturerà il suo omicidio. Proprio un abbassamento di guardia nei confronti del pericoloso nemico cubano, un’attenuazione dell’offensiva in Vietnam, oltre alla politica di ridistribuzione e l’attenzione per i diritti civili che svantaggiavano i grandi proprietari del Texas e del Sud, sostengono i favorevoli alla tesi del complotto, potrebbero essere state le “colpe” da fargli pagare con una morte violenta. In verità, Kennedy, come il resto dell’America, dimostra di sentirsi profondamente ferito dalla clamorosa svolta castrista nella vicina Cuba che presuppone addirittura l’entrata nell’orbita sovietica. Sollecitato dai trust economici, ai quali non vanno giù i processi di nazionalizzazione delle imprese intrapresi da Castro, Kennedy inasprisce l’embargo, autorizza, seppur non ufficialmente e non completamente convinto, l’attacco alla Baia dei Porci, nel ’61(miseramente fallito), lavora costantemente per annullare una probabile influenza castrista nel resto del subcontinente americano. Controllare Fidel e la diffusione dell’ideologia comunista diventa un’ossessione anche per lui. Un presidente, quindi, che parlava di pace ma che, contemporaneamente, era pronto a fare la guerra all’Unione Sovietica e al comunismo, perché per lui, non discostandosi dai suoi predecessori, questi rappresentano i due maggiori ostacoli alla via del pacifismo e della libertà. Nei proclami iniziali prometteva soccorso ai paesi sottosviluppati, ufficializzato con quella che verrà a chiamarsi “Alleanza fra paesi Latino-Americani”, la cui traduzione operativa rimane, tuttavia, un’opposizione militarizzata, in quell’area instabile, all’influenza castrista-sovietica o comunque del modello socialista in generale, senza venire incontro ai problemi concreti della popolazione locale. Anzi, in certi casi, per questa gente la situazione peggiorerà: qui, infatti, anche nell’era kennedyana, forze investigative e militari a stelle e strisce promuoveranno golpe per l’instaurazione di duri regimi dittatoriali, ma accondiscendenti agli interessi statunitensi, pratica oggi ancora in uso. Uno degli effetti più gravi risulterà l’esclusivo incoraggiamento della coltivazione dei prodotti da esportazione, quelli, cioè, che interessano alle forze nordamericane, a danno di quelle fondamentali al sostentamento locale. I gruppi di potere economico condizioneranno sempre l’azione politica del presidente che, del resto, apparteneva a quel rango sociale. L’ipotesi, poi, del ripensamento riguardo al conflitto vietnamita non può essere suffragata da dati seri; è stata messa in circolazione solo dopo la morte del presidente, noi, però, ci dobbiamo attenere unicamente a tutto ciò che è stato concretato, non alle intenzioni, sempre che ce ne fossero in quel senso. Certo, la propria improvvisa e tragica scomparsa non permise a J.F.K. di evitare che l’invio di truppe in Vietnam, come “consiglieri”, come normale operazione di politica estera, si trasformasse in un vero e proprio inferno terreno, un’evoluzione della situazione che non avrebbe mai potuto immaginarsi, la pagina più drammatica, prima dell’attentato dell’11 settembre, della storia statunitense. Alla fine, il suo più grande risultato sarà quello di scongiurare, grazie a lungimiranza e diplomazia, oltre che pazienza, un conflitto nucleare nel ’62 per la crisi dei missili sovietici a Cuba, (vincendo le forti pressioni delle alte gerarchie militari che gongolavano dinanzi all’irripetibile opportunità di eliminare un vicino così scomodo come Castro), che porterà a tentativi di distensione con il blocco sovietico, seppur, contemporaneamente, non si riuscirà ad evitare l’innalzamento del muro di Berlino: furono due settimane di braccio di ferro con la superpotenza nemica le cui navi militari furono soggette ad un duro embargo. Molti continuano a vedere il kennedysmo come un sogno infranto, come uno dei programmi politici più vicini al purismo ideologico, un esperimento che, a fronte dei fallimenti recenti specie di matrice socialista nell’Est europeo, hanno sottolineato intellettuali e uomini di sinistra, riusciva finalmente ad avvicinare gli ideali alla procedure concrete, bruscamente arrestato, come di solito accade, come è stato con la parabola di Martin Luther King e con i movimenti giovanili degli anni Sessanta, dalla brutalità umana, dal male di questo mondo. Pare che la seconda parte del mandato di J.F.K., che non si riuscirà a raggiungere, prevedesse l’attuazione risoluta delle decantate riforme civili. La storia di quei mille giorni ci dice, però, che l’azione di Kennedy, mosso da buoni e nobili propositi, ergendosi a paladino delle minoranze, collise con il principio di realtà, quella di un’America che vedeva (vede) il mondo con i suoi occhi, in una prospettiva quindi molto parziale, e si sente predestinata a guidarlo, attaccata troppo ai propri interessi economici. Inutile quindi parlare di inspiegabili contraddizioni o di gravi incoerenze in quell’azione politica, come si potrebbe desumere da una sua analisi superficiale ed incompleta. Senza, comunque, sottovalutare la portata di tale svolta ideologica che incoraggiò l’espansione-diffusione dei movimenti per la parità dei diritti tracciando una nuova e profonda via anche per le generazioni future. Le sue proposte, dunque, una preziosa eredità - è questo non è poco - perché volte ad uscire un po’ alla volta dal teso clima politico-culturale, per quel che fosse possibile, dell’epoca. Potremmo, poi, raccontare dello scandalo legato alla scomparsa di Marilyn Monroe, la famosa attrice con la quale ebbero una relazione sia John che il fratello Bob e sul cui omicidio/suicidio si è presunto un coinvolgimento dei due fratelli, ma su mancanza di prove sicure sarebbe forse meglio evitare di gettare fango. Pur noti i racconti sugli intrallazzi di papà Joseph e del nonno e i guai di altri membri della famiglia Kennedy, ci pare inutile, oltre che meschino, continuare a scavare nella vita privata di John, alla ricerca di conferme su presunti tradimenti coniugali e altri scandali della stessa portata come per misurare, in un'altra maniera, il suo indice d’integrità morale. Ci si perderebbe solamente in un vortice di pettegolezzi, notizie frammentarie, indiscrezioni non comprovate, smentite e controsmentite, ben consci, tra l’altro, che chi occupa un gradino così alto della scala sociale è costretto ad una vita fuori dagli schemi, propri della gente comune. Se immediatamente dopo la morte del presidente si è fatto a gara per intitolargli aeroporti, strade, palazzi e centri, anche nel suo caso, un po’ più tardi, non si è resistito alla tentazione dello scoop velenoso, dell’infangamento dell’immagine come oggetto di qualche squallida operazione commerciale. Noi, invece, crediamo che nonostante le opinioni divergenti e contrastanti che sono emerse in questo quarantennio, alla fine, si possa ormai tracciare un bilancio del personaggio Kennedy basandosi esclusivamente, come deve essere, sulla sua azione politica. Crediamo che se ne possano rimarcare incontestabilmente alcuni meriti e, poi, i limiti e gli errori, a dispetto dell’aurea magica che circonda ancora il suo ricordo, creatasi anche per l’attentato di Dallas che commosse il mondo intero. Con il mistero del mandante dell’assassinio ancora irrisolto - e pure questo, in stretto collegamento con la vicenda di Marilyn Monroe, ben sfruttato commercialmente - dato che in questo lungo arco di tempo si sono formate due fazioni contrapposte, quella che rigetteva ogni accusa sul psicopatico Osvhold e l’altra che, fino a poco tempo sembrava la più consistente, propensa per il complotto (mettendo di mezzo CIA, armatori, anticastristi, mafia, vicepresidenza, sudisti, ecc.). Chi ha smontato letteralmente la prima inchiesta-Warren e chi l’ha sostanzialmente approvata, chi ha messo in rapporto con l’attentato successive misteriosi morti e sparizioni e chi invece ha smentito seccamente queste connessioni; numerose tesi, ricostruzioni, documentari, libri e film, più o meno attendibili, fra cui il più recente, anni Novanta, del noto regista Oliver Stone, tanto esaltato, ma zeppo di ricostruzioni errate. Tutto questo possibile perché difficilmente (son già trascorsi quarant’anni) l’esatta verità verrà mai a galla: l'autopsia sul corpo di Kennedy, infatti, non chiarisce nulla, poiché il foro alla gola è stato allargato per una tracheotomia, impedendo, di fatto, di capire se risultante da un proiettile in entrata o in uscita, allo scopo di avvalorare o smentire l’ipotesi di altri tiratori dietro la staccionata e quindi frontali alla vittima, oltre a Osvhold che, invece, pare accertato, ha colpito da dietro, dalla famosa finestra della biblioteca. Buio anche sul movente dell’omicidio del fratello Bob. Non si sa perché un uomo gli sparò addosso proprio quand’era all’apice della sua carriera politica, intento a riprendere il cammino del fratello, forse anche in maniera più convinta e convincente (magari è proprio da ricondurre a ciò il movente). Pure Bob, infatti, ha cementato il kennedysmo, lottando contro l’intolleranza razziale, a fianco dei capi carismatici “black” e per i diritti dei lavoratori appartenenti ai ceti bassi. Di sicuro non si può affermare che il fato sia stato tenero con i Kennedy. L’intera dinastia sembra essere stata vittima di un maleficio, quasi a dover espiare le colpe per una manifesta bramosia di potere: morti premature, terribili scandali, numerose tragedie, l’ultima quella che ha riguardato uno dei figli di Jhon, il bel Jhon Jhon, ancora giovanissimo perito, assieme alla moglie, dopo essere precipitato in mare col proprio aereo privato. E anche con questo macabramente s’alimenta il mito di John Fitzgerald Kennedy.
Gaetano Farina





Postato da Gaetano