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Nel dopoguerra iracheno si vanno delineando ibride alleanze e strategie contrapposte di chi, nazioni ma anche sistemi politici e finanziari, tentano di contrastare il potere senza argini dell'America guidata da George W. Bush
Mai come in questi giorni le regole della politica mondiale sono diventate esplicite. Diventato potere incontrastato, smarriti gli effetti equilibratori delle potenze una volta chiamate «laterali», il governo degli Stati uniti non perde occasione per annunciare esplicitamente i propri obiettivi. Messo in riga lo scenario nel Medio oriente, inviati messaggi minacciosi ai pochi stati ancora riottosi, come la Siria, ricondotti gli alleati indisciplinati, quali la Francia e la Germania, sulla retta via, Bush e i membri del suo governo promettono di governare incontrastati il mondo.
Nel frattempo, gli aiuti allo sviluppo continuano a diminuire: non hanno più neppure bisogno di promettere pace e prosperità, perché il bastone ha rimpiazzato la carota. Possiamo interpretare tale disegno egemonico come un delirio americano, oppure dobbiamo più semplicemente concludere che il governo degli Stati uniti si comporta in modo razionale, e che sta capitalizzando i vantaggi offerti dal potere che ha accentrato?
Chi oggi tratteggia una strategia anti-egemonica non è più un sovversivo. Anzi, nella maggior parte dei casi, si tratta di forze che, nel senso proprio del termine, sono conservatrici, poiché tentano di difendere la propria autonomia e preservare i loro interessi di fronte ad un attacco d'inaudite proporzioni. Si ritrovano così uniti in un'ibrida alleanza conservatori francesi e sceicchi arabi, vecchi burocrati dell'est e anche movimenti globali. Sono uniti da una consapevolezza antica: il potere è pericoloso, il potere assoluto è pericolosissimo.
Eppure, sarebbe deterministica una lettura che vedesse nella politica estera (che sempre di più coincide con la politica militare) americana un modello quasi obbligato. Tale lettura mancherebbe soprattutto di cogliere le differenze esistenti tra le varie anime di quello smisurato paese. Un potere egemone gli Stati uniti lo avevano anche negli anni Novanta, nel corso delle amministrazioni democratiche. Anch'esse ben disposte a difendere gli interessi della nazione e delle sue imprese. Eppure, gli strumenti utilizzati erano diversi: maggiore ricerca del consenso, tentativo di raggiungere i propri obiettivi con il sostegno delle istituzioni multilaterali, capacità di compromesso pur di preservare l'alleanza con l'Europa.
Non è stato insomma solamente il trauma dell'11 settembre a sterzare la direzione della politica americana, è stato anche il prevalere - come avrebbe sostenuto un disincantato osservatore come Schumpeter - di una élite contro un'altra. Non bisogna essere anti-americani per comprendere che l'obiettivo principale della nostra epoca è contrastare la nascente egemonia. Nel dopoguerra iracheno, si delineano due strategie contrapposte. La prima è perseguita da varie cancellerie. L'immagine congiunta di Chirac, Schroeder e Putin, accompagnati frequentemente dal più alto papavero cinese, riporta subito la mente alle antiche strategie anti-egemoniche. Ignorare le differenze nei sistemi politici interni e stringere alleanze ibride è il modo più efficace ed economico per contrapporsi a chi vuol prendere troppo. Costoro s'ispirano alle coalizioni anti-napoleoniche, capaci di unire la Gran Bretagna liberale della rivoluzione industriale con l'autocratica e barbarica Russia zarista.
Una variante ugualmente indicativa è quella che tenta di creare sistemi di stato adatti ad equilibrare i rapporti di forza. Più idealisti dei primi sono coloro che puntano sull'Unione Europea, la più esigente organizzazione internazionale per quanto riguarda la natura interna degli stati membri. Il progetto di un'Europa forte e unita serve anche ad impedire che gli americani si imbarchino in avventure insensate, riconducendoli tramite un miscuglio di affetto fraterno e di forza reale a mantenere gli impegni iscritti nella propria costituzione. Ma questa strategia comporta dei costi, ad esempio quello di investire massicciamente in bilanci militari che abbiano un peso effettivo nella politica mondiale. Fino a quando gli europei dovranno attendere gli Stati Uniti anche per risolvere pure il conflitto in Bosnia, si capisce che non saranno un soggetto credibile sulla scena globale.
In questi scenari s'inserisce un progetto tanto idealista da sembrare insensato. E' lo scenario che vede nella globalizzazione della società e dell'economia un'opportunità, oltre che una minaccia. Che fa una scelta di campo radicale a favore della democrazia come forma di gestione tanto all'interno che all'esterno degli stati. Che reputa imprescindibile la difesa dei diritti umani in tempo sia di pace sia di guerra. Che, per quanta spinta da un'insaziabile curiosità per culture differenti, non nasconde neppure d'essere eurocentrica, disdegnando però decisamente di usare strumenti diversi dalla persuasione per avvicinare gli usi e i costumi di popoli eterogenei. Questo progetto sta fiorendo negli stati occidentali, Usa inclusi. E' quello in cui si riconoscono i movimenti che si sono opposti alla guerra nel Golfo e che il 15 febbraio del 2003 hanno radunato secondo la Cnn, 110 milioni di persone.
Per la prima volta nella storia, il due per cento della popolazione mondiale ha preso parte allo stesso evento. Forse è presto per sostenere che è nata un'opinione pubblica mondiale, ma sembra che Bush sia riuscito a fare più di molti predicatori ben intenzionati nell'indurre il pubblico a partecipare alla vita politica esterna al proprio villaggio. Quando il New York Times, fonte non certamente giacobina, ha parlato delle due super-potenze - gli Stati uniti d'America e l'opinione pubblica mondiale - si sbagliava, ma non di molto. In realtà, la super-potenza resta una sola, e per di più guidata da un comitato d'affari con interessi particolarissimi. Così come peccava d'ottimismo nel ritenere che l'opinione pubblica da sola possa accentrare una forza di contrapposizione.
Gli eventi degli ultimi mesi hanno purtroppo mostrato che la capacità di mobilitazione s'indirizza su obiettivi contingenti ed è quindi transitoria, mentre i governi rimangono. Oggi una strategia alternativa deve far presente che il concetto stesso d'egemonia è antitetico ai sistemi vigenti all'interno degli stati vittoriosi. Un sistema democratico si fonda, in ultima analisi, sulla condivisione del potere, che è la negazione dell'egemonia. I sistemi occidentali - e in particolare quello statunitense - sono ancora oggi dominati dalla schizofrenia interno/esterno: ciò che vale all'interno è negato all'esterno. All'interno i cittadini sono protetti finanche dal tabacco, gli animali hanno diritti inalienabili, e pure i pronomi sono sottoposti a serrati controlli per evitare che ci sia una discriminazione di genere. Ma all'esterno, si possono bersagliare i civili con le bombe a frammentazione, violare le più antiche convenzioni sul diritto di guerra, recludere individui senza processo.
E' troppo sperare che i movimenti globali riescano a curare la schizofrenia dei sistemi democratici dell'Occidente, riconducendoli ad applicare almeno alcuni dei propri valori e principi anche all'esterno? Si può richiedere ai paesi occidentali di applicare il basilare principio della democrazia secondo il quale una decisione deve essere presa dal gruppo di persone che ne subiscono le conseguenze? I principi della politica democratica sono già stati scritti. Si tratta solo di applicarli alla dimensione cosmopolitica. Iniziare a farlo, significherebbe uccidere l'ultima egemonia.
Postato da Fausto
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