ADDIO ALLA "FINE DELLA STORIA": ORGANIZZAZIONE E VISIONE DEI MOVIMENTI ANTI-CORPORATIVI

Naomi Klein

"Siamo qui per dimostrare a tutti che un altro mondo è possibile!" aveva appena finito di esclamare il relatore sul palco accompagnato dalle grida di approvazione e dagli applausi di una folla di oltre 10.000 persone. La cosa strana è che non applaudivamo un ‘altro mondo’ specifico e definito, ma la semplice possibilità della sua esistenza. Applaudivamo l’idea stessa che un altro mondo era, almeno in teoria, realizzabile.

Negli ultimi 30 anni, l’ultima settimana di gennaio, un gruppo ristretto e selezionato di direttori escutivi e leader mondiali si sono riuniti in Svizzera, in cima a una montagna, per stabilire in che modo doveva essere gestita l’economia globale, compito che erano convinti spettasse solo a loro o che comunque ritenevano di essere i soli in grado di svolgere. Noi applaudivamo proprio perché era l’ultima settimana di gennaio e non ci trovavamo affatto a Davos, in Svizzera, al Forum Economico Mondiale, bensì a Porto Alegre, Brasile, per il primo incontro annuale del Forum Sociale Mondiale (World Social Forum). E anche se non eravamo direttori esecutivi, né tantomeno capi di stato, avremmo passato l’intera settimana a parlare dello stesso tema, ovvero dell’economia globale e del modo in cui amministrarla.

Molti erano convinti che in quella sala si stesse facendo la storia: io provavo una sensazione molto meno tangibile e mi sembrava che questo evento rappresentasse una sorta di ‘fine’ della ‘Fine della Storia’. In ogni caso lo slogan "Another World Is Possibile – Un altro mondo è possibile" è diventato il motto ufficiale dell’evento. Dopo un anno e mezzo di proteste globali contro avversari quali l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, il Forum Economico Mondiale, i due maggiori partiti statunitensi e il partito laburista inglese, per nominarne solo alcuni, grazie al Forum Sociale Mondiale questo nuovo movimento di contestazione poteva finalmente smetterla di gridare in faccia a tutti ciò che non voleva e iniziare a indicare chiaramente ciò che cercava di realizzare.

Questa particolare sede dell’evento è stata scelta perché il Partito Brasiliano dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores – PT), oggi al potere a Porto Alegre e nello stato di Rio Grande do Sul, è ormai noto in tutto il mondo per le sue innovazioni nel campo della democrazia partecipativa. Il congresso è stato organizzato da una rete di sindacati brasiliani e organizzazioni non governative e da ATTAC Francia. Il partito brasiliano non ha badato a spese per allestire l’evento che ha potuto contare su attrezzature congressuali all’avanguardia, liste di relatori piene di personaggi celebri, musicisti internazionali e, soprattutto, un servizio di accoglienza per i delegati. Questi ultimi erano ricevuti da rappresentanti del Ministero del Turismo e da cordiali ufficiali di polizia, esperienza questa alquanto sconvolgente per persone generalmente accolte dalle autorità con nuvole di spray al pepe, controlli al confine del paese e zone blindate precluse ai manifestanti. Se Seattle, aveva rappresentato per molti una sorta di debutto in società di un movimento di resistenza, secondo Soren Ambrose analista politico, autore di 50 Years Is Enough, ??? "Porto Alegre è l’occasione giusta per far sapere a tutti che esiste un serio processo di riflessione sulle possibili alternative".

L’accusa secondo cui questo movimento non offre alternative valide o è privo di una prospettiva coerente è diventata una sorta di mantra, un’etichetta affibbiata all’intero gruppo sin dai tempi della protesta di Seattle in novembre 1999, come riferisce anche l’articolo "The New Radicals" della rivista Newsweek: "Una delle attuali lacune è la totale mancanza di formulazione di una missione e/o di un credo che diano al movimento, come di fatto è, un qualche fulcro d’interesse. L’assenza di qualsivoglia infiocchettamento e confezione accattivante a vantaggio dei media ha senza dubbio scatenato l’attacco dei critici, che hanno avuto campo libero nel dipingere i giovani attivisti in mille modi diversi da battitori di tamburo travestiti da alberi con la testa piena di slogan, a violenti teppisti votati alla distruzione.

Affrontare questa grave ed evidente lacuna legata all’immagine è stata proprio una delle raison d’etre del Forum Sociale Mondiale: gli organizzatori consideravano l’evento come la grande opportunità di imbrigliare la caotica attività di strada in una qualche struttura organizzata e coerente. Le 60 conferenze e i 450 seminari hanno indubbiamente sfornato miriadi di idee diverse su nuovi sistemi di tassazione (vedi Tobin Tax), coltivazioni biologiche in cooperative, budget partecipativi e software gratuito, per nominarne solo alcune. Ma la domanda che mi sono posta e che spesso mi viene in mente in altri eventi simili di scala minore è la seguente: "Anche se riuscissimo a elaborare un programma in dieci punti, brillante e chiaro, raffinato e coerente, con prospettive uniformi, a chi mai, esattamente, potremmo poi consegnare questi comandamenti? E chi sono, se davvero esistono, i leader di questo movimento?

Lo scorso aprile, dopo che le proteste contro l’Area di Libero Scambio delle Americhe (Free Trade Area of the Americas) sono sfociate in atti di violenza, stampa e forze dell’ordine hanno dato il via a una sorta di gioco "Indovina chi è il leader?" Mark Stein, cronista del National Post di Conrad Black, ha chiamato in causa Maude Barlow, presidentessa di Council of Canadian (una delle più vaste e impegnate organizzazioni non governative del mondo contrarie al libero commercio), definendo con insistenza un gruppo di 50.000 persone con l’espressione ‘Maude’s Mob – La Mafia di Maude’ e arrivando addirittura a formulare aperte minacce contro la Barlow. "La prossima volta che un membro della Mafia di Maude mi lancerà un sasso, io me lo porterò a casa e lo scaglierò contro le sue finestre" ha scritto in proposito il cronista. La polizia, dal canto suo, ha dichiarato che Jaggi Singh, uno degli organizzatori della protesta ‘Anti-Capitalist Convergence’ ha ordinato ai suoi adepti di attaccare la recinzione che circonda gran parte della città di Quebec. L’arma principale di cui hanno parlato i poliziotti era una teatrale catapulta che lanciava oltre la recinzione orsetti e altri animali di peluche. Singh non aveva nulla a che fare con la catapulta e durante la protesta si era limitato a tenere dei discorsi sulla violenza dello stato. Tuttavia, la causa dell’arresto e della successiva negazione della libertà su cauzione è stato proprio il fatto che egli era considerato una specie di burattinaio che presumibilmente tirava i fili e faceva muovere tutti gli altri manifestanti. La storia si è ripetuta in altre dimostrazioni. Per le proteste contro la Convention Nazionale Repubblicana tenutasi a Filadelfia in agosto 2000, John Seller, uno dei fondatori di Ruckus Society, si è visto fissare una cauzione di 1 milione di dollari. Due mesi prima, David Solnit, uno dei fondatori di Art and Revolution, gruppo teatrale e politico di burattinai, aveva subìto un arresto preventivo a Windsor, Ontario, nel corso di un incontro dell’Organizzazione degli Stati americani (Organization of American States).

Il tentativo sistematico da parte delle forze dell’ordine di colpire i presunti leader della protesta può aiutare a comprendere i profondi sospetti che il nuovo movimento nutre riguardo alle tradizionali gerarchie di potere. In realtà, il personaggio che più si avvicina a un autentico leader è il sottocomandante Marcos, che si nasconde sulle montagne del Chiapas e cela la sua identità dietro una maschera. Marcos rappresenta la quintessenza dell’anti-leader perché sostiene che la sua maschera nera non è altro che uno specchio che gli consente di essere ‘un gay a San Francisco, un nero in Sud Africa, un asiatico in Europa, un Chicano a San Ysidro, un anarchico in Spagna, un palestinese a Israele, un indiano-maya per le vie di San Cristobal, un ebreo in Germania, uno zingaro in Polonia, un Mohawk nel Quebec, un pacifista in Bosnia, una donna sola sulla metropolitana alle dieci di sera, un contadino senza terra, il membro di una gang dei bassifondi, un lavoratore disoccupato, uno studente insoddisfatto e, ovviamente, uno Zapatista sulle montagne. In altre parole, egli è semplicemente ognuno di noi e tutti noi siamo i leader che cerchiamo.

Questo atteggiamento critico nei confronti della gerarchia va ben oltre la semplice immagine del leader carismatico. Molti rappresentanti dei movimenti anti-corporativi sono infatti altrettanto sospettosi nei confronti di ideologie preconfezionate, partici politici e di qualsiasi gruppo che voglia centralizzare il potere e organizzare i vari frammenti del movimento in cellule e unità locali subordinate. Perciò, anche se gli intellettuali e gli organizzatori che si alternano sul palco del Forum Sociale Mondiale possono forse organizzare e dare forma alle idee dei manifestanti di strada, essi non hanno tuttavia il potere, né i meccanismi per guidare l’intero movimento di protesta. In un contesto così informe e confuso, le idee e i progetti sviluppati in occasione del Forum Sociale Mondiale non sono del tutto irrilevanti, ma non sono neppure così decisivi come pretendevano di essere. Il loro destino è di essere risucchiati e sbattuti qua e là nel vortice dell’informazione, tra diari web, manifesti di organizzazioni non governative, relazioni accademiche, video amatoriali, cris de coeur, che la rete globale anti-corporativa produce e consuma ogni giorno.

Per chi cerca un facsimile delle politiche anti-capitalistiche tradizionali, questa assenza di una qualsiasi struttura definita fa apparire il movimento anti-corporativo come una forma di protesta esasperatamente impassibile e inerte: questi nuovi attivisti sono così disorganizzati che non riescono neppure a raccogliere le idee per rispondere in modo positivo a chi si offre di organizzarli. Senza dubbio hanno del fegato quando si tratta di protestare, ma si tratta comunque di individui svezzati da MTV che la vecchia guardia non esiterebbe a definire frammentati, incoerenti e privi di un obiettivo comune.

Forse la questione non è così semplice. Forse le proteste da Seattle a Quebec sembrano disorganizzate e prive di un fulcro d’interesse perché non sono il frutto di un unico movimento quanto piuttosto della convergenza di molti movimenti più piccoli, ciascuno dei quali è diretto contro una specifica azienda multinazionale (come la Nike), un particolare settore industriale (come la produzione agricola) o una nuova iniziativa commerciale (come l’area di libero scambio delle Americhe), o cerca di tutelare il diritto all’autodeterminazione delle popolazioni indigene (come nel caso degli Zapatisti).

Se si guarda la cosa più da vicino si può capire come questi movimenti più piccoli con obiettivi ben precisi stiano in realtà combattendo tutti le medesime forze, quelle stesse forze che sono il bersaglio della rivolta dell’esercito Zapatista (Zapatista National Liberation Army) iniziata il 1° gennaio 1994 (giorno in cui è entrato in vigore l’accordo sul libero scambio - North American Free Trade Agreement). La vittoria strategica conseguita dagli Zapatisti è stata quella di insistere nell’affermare che ciò che accadeva in Chiapas non poteva essere liquidato come un semplice conflitto ‘etnico’ o ‘locale’, ma era invece una battaglia universale. La mossa decisiva in tal senso è stata quella di identificare come nemico non solo lo stato messicano, bensì il ‘neoliberalismo’ nel suo complesso. Gli Zapatisti sostenevano che la povertà e le condizioni disperate degli abitanti del Chiapas erano solo una versione più avanzata di quanto stava accadendo in tutto il mondo e che era iniziato con il colonialismo: il vantaggio di oltre 500 anni della popolazione indigena del Chiapas attribuiva loro il diritto di occupare oggi una posizione di primo piano nella scena politica nazionale. Nei suoi comunicati Marcos parlava delle migliaia e migliaia di persone relegate ai margini dal benessere, la cui terra e il cui lavoro rendevano tale benessere possibile. "La nuova distribuzione del mondo esclude le ‘minoranze’. Gli indigeni, i giovani, le donne, gli omosessuali, le lesbiche, le persone di colore, gli immigranti, gli operai, i contadini: la maggior parte delle persone che formano i pilastri su cui poggia il mondo vengono presentate, dal potere, come beni usa e getta. La distribuzione del mondo esclude quindi, in realtà, le ‘maggioranze’."

Se il neoliberalismo è senza dubbio l’obiettivo comune, vi è un sempre maggiore consenso sul fatto che per trovare delle possibili alternative a questo sistema bisogna partire da una democrazia partecipativa a livello locale, attraverso sindacati, quartieri, fattorie, villaggi, collettivi anarchici o autogoverni delle popolazioni indigene. Il comune filo conduttore è una totale dedizione all’autodeterminazione e alla diversità, diversità culturale, biodiversità e, chiaramente, diversità politica. Gli Zapatisti parlano di un movimento fatto di "un solo ‘no’ e tanti ‘sì’", descrizione questa che preclude qualsiasi definizione del movimento stesso come qualcosa di unico e unitario e che mette in discussione l’ipotesi che una tale strutturazione definita debba davvero esistere.

Invece di un singolo movimento, si stanno sviluppando migliaia di piccoli movimenti strettamente interrelati tra loro, molto simili ai link che connettono i vari siti web su Internet. Questa analogia non è certo casuale ed è in realtà un elemento chiave per capire la natura mutevole di questo tipo di attività politica organizzata. Anche se molti hanno intuito che le recenti proteste di massa sarebbero state impossibili senza Internet, ciò che non è stato invece considerato è il modo in cui la tecnologia della comunicazione che semplifica queste campagne stia in realtà plasmando l’immagine stessa del movimento. Grazie alla Rete, la mobilitazione può dispiegarsi con poca burocrazia e una gerarchia molto limitata; il consenso forzato e i manifesti elaborati passano in secondo piano rimpiazzati da una cultura basata su un costante e flessibile, talvolta perfino obbligato, scambio di informazioni.

Nonostante i media abbiano spesso descritto gli eventi della città di Quebec come l’emanazione di due diverse proteste, un pacifico corteo di lavoratori da un lato e una violenta rivolta anarchica dall’altro, la realtà è che nel corso del fine settimana vi sono state centinaia e centinaia di manifestazioni diverse. Una era stata organizzata da due donne, madre e figlia, di Montreal. Un’altra da un furgone di laureati di Edmonton. Un’altra ancora da tre amici di Toronto che non fanno parte di nessuna associazione a parte i rispettivi fitness center. E un’altra da una coppia di camerieri di un bar della zona durante la pausa pranzo. A Quebec vi erano certo dei gruppi ben organizzati, con tanto di sindacati dotati di autobus, manifesti in tema e percorsi prestabiliti per i cortei, mentre gli anarchici, il ‘lato oscuro’ del movimento, erano ben forniti di maschere antigas e ponti radio. Per giorni e giorni le strade si sono però riempite anche di persone che non avevano fatto altro che dire a un amico/a "Andiamo a Quebec" e di residenti della città che dicevano invece "Andiamocene via".

Nei quattro anni che hanno preceduto l’evento di Seattle, simili confluenze di eventi diversi si erano verificate in occasione dei summit del G-7, dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio e di Asia Pacific Economic Cooperation a Auckland, Vancouver, Manila, Birmingham, Londra, Ginevra, Kuala Lumpur e Colonia. Ciò che si sta sviluppando è un modello attivista che rispecchia la struttura organica, decentralizzata e interconnessa di Internet, una specie di Internet in carne e ossa. Il centro ricerche TeleGeography con sede a Washington si è assunto il compito di tracciare una mappa della struttura architettonica di Internet come se fosse una specie di sistema solare. Lo scorso anno, TeleGeography ha dichiarato che Internet non è affatto una rete gigantesca, bensì un sistema composto da " perni centrali, o mozzi, e da numerosi raggi." I perni sono i centri delle varie attività e i raggi sono i link che collegano ad altri centri anch’essi autonomi ma interrelati al sistema.

Questa descrizione pare corrispondere esattamente alle cosiddette proteste anti-globalizzazione: convergenze di massa di perni attivisti, ciascuno dei quali è formato da centinaia, forse migliaia, di raggi autonomi. Nel corso delle dimostrazioni i raggi assumono la forma di "gruppi con interessi affini" che comprendono da due a venti manifestanti e che nominano ciascuno un portavoce che li rappresenti durante i regolari incontri dei vari raggi. In alcune manifestazioni, gli attivisti portano con sé delle vere e proprie reti di tessuto e quando è il momento di indire un meeting le stendono in terra e al grido di "tutti i raggi sulla rete" viene creata una specie di sala consigliare di strada.

I gruppi con interessi affini accettano di coordinare in modo elastico i rispettivi interventi e, in occasione di alcuni eventi, promettono di attenersi a una serie di principi di non-violenza, come quello di non mettere in pericolo la propria vita e quella dei compagni con atti di violenza compiuti in una fase pacifica della protesta. A parte questo, i gruppi affini funzionano come unità distinte, in grado di prendere le proprie decisioni strategiche in un modello di decentralizzazione coordinata totalmente incomprensibile per chi invece è alla ricerca di un leader o di qualcuno che tiri le fila. Per esempio, durante gli incontri dei gruppi/raggi tenutisi prima delle manifestazioni anti-FTAA di Quebec, il tanto citato Jaggi Singh ha svolto solo la funzione di moderatore e si è limitato a prender nota di tutte le varie iniziative in programma: un gruppo aveva dichiarato di voler organizzare un corteo, un altro aveva in mente di ricoprire la recinzione di sicurezza di carta igienica, un altro ancora voleva lanciare centinaia di aerei di carta attraverso le reti metalliche e un gruppo di laureati di Harvard avevano deciso di leggere Foucault alle forze di polizia. I gruppi che progettavano scontri più diretti rimanevano in silenzio in attesa di incontrarsi con i gruppi affini in condizioni di relativa sicurezza.

Da un punto di vista pratico, questa convergenza di miriadi di proteste bonsai può risultare terribilmente caotica o meravigliosamente poetica, o può presentare entrambi gli aspetti. Il risultato comunque è che, invece di creare complesse strutture burocratiche nazionali o internazionali, vengono allestite organizzazioni temporanee: edifici vuoti vengono frettolosamente trasformati in ‘centri di confluenza’ e i produttori di media indipendenti organizzano centri attivisti d’informazione improvvisati. Le coalizioni nate appositamente per queste dimostrazioni vengono spesso indicate con la data dell’evento previsto, ad esempio, G18, N30, A16, S11, S26 e dopo che la giornata è trascorsa, non lasciano traccia della propria esistenza e scompaiono nel nulla eccezion fatta per qualche sito web archiviato.

Il modello perno/raggi è molto più di una semplice tattica da usare alle proteste: è l’essenza stessa delle manifestazioni che sono di per sé costituite da ‘coalizioni di coalizioni’ per citare un’espressione di Kevin Danaher di Global Exchange. Ogni campagna anti-corporativa è supportata da molti gruppi diversi, perlopiù organizzazioni non-governative, sindacati, studenti e anarchici. Tutti questi soggetti utilizzano Internet, i congressi internazionali e gli incontri diretti per svolgere attività di ogni genere, dalla catalogazione delle recenti infrazioni della Banca Mondiale, al bombardamento della Shell Oil con fax ed e-mail, alla distribuzione di volantini anti-sfruttamento pronti da scaricare dal PC per le manifestazioni contro i punti vendita Nike Town. I gruppi rimangono autonomi, ma il loro coordinamento internazionale è rapido, elastico e, sugli avversari prescelti, ha spesso un effetto devastante.

L’accusa secondo cui il movimento anti-corporativo manca di una ‘visione’ comune e di un programma interno decade inesorabilmente se viene esaminata nel contesto di queste campagne. E’ vero che, per un osservatore casuale, le proteste di massa di Seattle Washington D.C., Praga e Quebec, con il rispettivo calderone di slogan e rivendicazioni, possono apparire semplicemente come un variopinto corteo di lagnanze di vario genere. Ma se si cerca di trovare una coerenza all’interno di questo convergere di forze su vasta scala, si può finire per vedere solo le persone travestite da alberi che manifestano sulle strade senza riuscire a scorgere la grande foresta che essi rappresentano. Questo movimento è fatto dei sui gruppi/raggi e in ciascun gruppo non mancano certo una visione e un centro d’interesse comuni.

Per esempio, il movimento studentesco contro le fabbriche sfruttatrici è passato rapidamente dalla semplice critica rivolta alle aziende e agli amministratori dei campus alla stesura di codici di condotta alternativi e alla creazione di un organo semi-regolatorio indicato come Worker Rights Consortium. Inoltre, gli attivisti sindacali dei campus hanno ampliato il loro campo di interesse e si sono concentrati su obiettivi più vicini quali la situazione dei custodi e dei dipendenti addetti al catering nei campus e le condizioni degli agricoltori emigranti che riforniscono i bar universitari. Il movimento contro gli alimenti geneticamente modificati ha ottenuto una vittoria dopo l’altra, a partire dall’eliminazione di questo tipo di prodotti dagli scaffali dei supermercati inglesi, per arrivare all’approvazione di leggi in Europa riguardo alla necessità di indicare l’origine dei cibi sulle etichette e infine compiendo passi da gigante con il Protocollo di Montreal sulla Biosicurezza. Nel frattempo gli oppositori del modello di sviluppo basato sulle esportazioni sostenuto da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale hanno prodotto interi scaffali di materiale relativo a modelli di sviluppo basati sulla comunità, riduzione e risarcimento dei debiti e principi di autogoverno.

Anche i detrattori dell’industria petrolifera ed estrattiva sono letteralmente pieni di idee su come ottenere fonti energetiche sostenibili e sull’utilizzo di metodi responsabili per l’estrazione delle risorse, anche se difficilmente avranno la possibilità di mettere in pratica i loro progetti. Il crescente movimento contro le grandi aziende farmaceutiche ha diversi piani su come fornire farmaci accessibili contro l’AIDS alle persone affette dalla malattia: il problema è che viene continuamente trascinato in tribunale per i problemi che crea al settore. Gli Zapatisti dal canto loro sono passati dal limitarsi a dire "Ya Basta - Adesso Basta" all’accordo Nafta, all’assumere la guida di un movimento di riforma democratica radicale in Messico svolgendo un ruolo centrale nella destituzione del corrotto governo del Partito Istituzionale Rivoluzionario (Institutional Revolutionary Party) che andava avanti da 71 anni e portando i diritti degli indigeni al vertice all’ordine del giorno della scena politica del paese.

Il fatto che queste campagne siano decentralizzate non è affatto motivo di incoerenza e frammentazione. E’ invece una soluzione giusta e perfino ingegnosa che ha consentito di adattarsi sia alla preesistente frammentazione in reti sempre più numerose, che ai cambiamenti culturali su vasta scala. Le istituzioni tradizionali che in passato organizzavano i cittadini in gruppi strutturati e definiti vivono oggi una fase di declino, siano essi sindacati, gruppi religiosi o partiti politici. Ma c’è qualcosa che spinge decine di migliaia di persone a riversarsi comunque sulle strade, una sorta di intuizione, un istinto primordiale, forse semplicemente il desiderio di far parte di qualcosa di più grande della piccola, riduttiva realtà quotidiana di ogni singolo individuo. La questione è se la rete possa davvero catturare tutte queste persone.

La struttura di questo movimento è anche un sottoprodotto dell’esplosione delle organizzazioni non-governative (NGO) che dopo il Summit di Rio del 1992 hanno acquisito sempre maggiore potere e visibilità. Le organizzazioni di questo tipo che partecipano alle campagne anti-corporative sono talmente numerose che solo il modello perno/raggi è in grado di conciliare i diversi stili, strategie e obiettivi. Come pure Internet, le organizzazioni non governative e le reti di gruppi affini sono sistemi espandibili all’infinito. Se qualcuno non si riconosce in nessuna delle oltre 30.000 NGO o delle migliaia di gruppi affini, può semplicemente ‘aprire’ un ‘raggio’ in proprio e connettersi al sistema.

Per alcuni questo attivismo da navigatore telematico è assolutamente abominevole. Ciononostante, che si condivida o meno questo modello, uno dei punti di forza del movimento è senza dubbio la sua totale diversità dai principi organizzativi delle istituzioni e delle aziende contro cui è diretto e, quindi, la sua radicale incontrollabilità. Questo sistema risponde alla concentrazione aziendale con un labirinto di unità frammentate, tiene testa alla centralizzazione con una propria personale localizzazione e contrasta il consolidamento del potere con una drastica dispersione dell’autorità.

Anche questa strategia è stata applicata con grande abilità dagli Zapatisti. Invece di nascondersi dietro le barricate, il movimento di Marcos ha aperto fin dall’inizio le porte al mondo e lo ha invitato "sorvegliare e guidare tutte le battaglie." L’estate successiva alla rivolta gli Zapatisti hanno indetto nella giungla un Convegno Democratico Nazionale (National Democratic Convention), cui hanno partecipato 6.000 persone, perlopiù messicani. Nel 1996 hanno invece organizzato il primo Incontro a favore dell’umanità e contro il neoliberalismo (Encuentro For Humanity And Against Neo-Liberalism) per il quale 3.000 attivisti hanno viaggiato nel Chiapas per incontrare i compagni provenienti da tutto il mondo. Grazie a questo tipo di reti e connessioni, molte delle quali informali, la lotta di Zapata è diventata una forza prorompente e incontenibile.

Joshua Karliner di Transnational Resource and Action Center definisce questo sistema pseudo-Web come "una brillante e involontaria risposta alla globalizzazione". Ed è proprio la natura preterintenzionale del movimento che può spiegare la mancanza di etichette precise con cui poterlo descrivere e lo sviluppo di tutta una serie di metafore bizzarre create per colmare questa carenza terminologica. Da parte mia, ho usato l’immagine dei perni centrali, o mozzi, e dei rispettivi raggi, mentre Maude Barlow di Council of Canadians dice che "ci troviamo di fronte a un grande masso e, dato che non possiamo spostarlo, proviamo a infilarcisi sotto, aggirarlo e scavalcarlo." L’inglese John Jordan, uno dei fondatori di Reclaim the Streets vede la situazione in questo modo: "le società transnazionali sono come enormi petroliere e noi siamo un branco di pesci. Noi sappiamo muoverci e reagire con rapidità, mentre loro non possono farlo". Il movimento Free Burma Coalition con sede negli Stati Uniti parla piuttosto di una rete di ‘ragni’ che tessono una tela abbastanza forte da imprigionare anche le multinazionali più potenti.

In quasi tutte le proteste globali, l’utilizzo di questa non-strategia ha lasciato di stucco anche le meglio organizzate e iper-attrezzate forze di sicurezza: iniziative di questo genere non solo hanno ritardato l’avvio dei lavori dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle, ma hanno consentito anche ai manifestanti riuniti a Praga per il meeting Banca Mondiale/Fondo Monetario Internazionale di ballare sulle mura del centro congressi vestiti da ‘fatine rosa’ e agli attivisti che hanno partecipato al Summit of the Americas, a Quebec, di abbattere buona parte della recinzione di sicurezza. Charles Ramsey, capo di polizia di Washington D.C., parla di queste strategie nella sua veste di rappresentante delle forze dell’ordine. "Bisogna provare di persona per capire e apprezzare fino in fondo l’efficace organizzazione che sta dietro a queste iniziative e i diversi modi con cui i manifestanti ti si parano davanti" ha dichiarato l’ufficiale nella seconda giornata di proteste indette nella sua città contro la Banca Mondiale, con un tono che ricordava il Generale Custer mentre descriveva le astute tattiche dei Sioux nel 1876. Anche in questo caso è la rivolta Zapatista che offre il migliore spaccato del funzionamento di questa "rete di battaglie", secondo il rapporto dell’esercito statunitense. In base a uno studio di RAND, gli Zapatisti sono partiti con una "guerra delle pulci" che, grazie a Internet, agli encuentros e alla rete globale di organizzazioni non governative si è trasformata nella "guerra di uno sciame di zanzare." Il problema di questa offensiva, in termini militari, hanno sottolineato i ricercatori, è che "lo sciame non ha nessuna leadership centrale, né una struttura di comando: è un sistema a più teste impossibile da decapitare."

Ma anche questa enorme Medusa presenta dei punti deboli, particolarmente evidenti nella protesta di Washington contro Banca Mondiale/Fondo Monetario Internazionale. Verso mezzogiorno del 16 aprile, giornata in cui si sono tenute le manifestazioni principali, è stato convocato un incontro dei vari raggi/gruppi affini che bloccavano gli incroci di accesso al quartier generale delle due istituzioni. Gli accessi erano stati bloccati dalle 6 del mattino, ma ai manifestanti era appena giunta voce che i delegati attesi per il meeting avevano già attraversato le barricate della polizia prima delle 5.

Dopo aver ricevuto questa notizia molti gruppi decisero che era ora di abbandonare gli incroci e unirsi al corteo ufficiale all’Ellissi. Il problema era che non tutti erano dello stesso parere: un manipolo di raggi affini volevano provare a bloccare l’uscita dei delegati dal meeting. Il compromesso raggiunto durante l’incontro fu piuttosto bizzarro. "Ok, ascoltate tutti" iniziò a gridare Kevin Danaher da un megafono "I vari gruppi che occupano gli incroci sono totalmente autonomi. Se decidete di tenere bloccato un incrocio, potete farlo. Se volete venire all’Ellissi va bene ugualmente. Decidete voi." Questo è senza dubbio un compromesso equo e democratico, ma completamente privo di senso. Il blocco delle vie d’accesso era il risultato di un intervento coordinato. Se ora alcuni incroci venivano aperti e altri rimanevano occupati da gruppi ribelli, i delegati che uscivano dal meeting potevano semplicemente girare a destra invece che a sinistra e arrivare tranquillamente a casa. Ed è proprio ciò che è accaduto.

Mentre osservavo i gruppi di manifestanti che si alzavano e si allontanavano e altri che se ne stavano seduti e impavidi a difendere non si sa cosa, l’intera situazione mi sembrava la perfetta metafora dei pro e dei contro di questa emergente rete di attivismo. La cultura della comunicazione funziona certo meglio in volume e velocità che in termini capacità di sintesi. E’ capace di riunire decine di migliaia di persone a un angolo di strada, cartelli in mano, ma non è in grado di aiutare i gruppi a trovare un accordo comune su ciò che realmente chiedono e vogliono ottenere prima di raggiungere le barricate o dopo che le hanno lasciate. Forse è proprio questo il motivo per cui queste manifestazioni di massa sono ormai una sorta di stereotipo: scene sempre uguali di ‘McProteste’ con vetrine di McDonald’s in frantumi e pupazzi giganti. La Rete le ha rese possibili, ma non è affatto utile per conferire loro una maggiore profondità.

Per questo e altri motivi, molti esponenti del movimento hanno assunto una posizione sempre più critica riguardo a queste "capatine ai Summit" e sono generalmente d’accordo sul fatto che c’è bisogno di una maggiore strutturazione e coerenza delle proteste di massa. E’ anche vero che le attese riposte in queste dimostrazioni su vasta scala sono spesso eccessive: gli organizzatori del raduno di Washington D.C., per esempio, avevano annunciato che avrebbero letteralmente fatto chiudere due società transnazionali da 30 miliardi di dollari e avevano cercato di trasmettere idee sofisticate sulle pecche del neoliberalismo economico a un pubblico essenzialmente compiaciuto della propria condizione di azionariato di massa. E’ chiaro che non potevano realizzare questi obiettivi, nessuna singola manifestazione potrebbe, e oggi questo compito sta diventando sempre più arduo. Le strategie di intervento diretto di Seattle hanno funzionato perché le forze di polizia sono state colte di sorpresa. Ora gli agenti sono iscritti in tutte le liste e-mail e hanno sfruttato la presunta minaccia degli anarchici per avviare ingenti programmi di raccolta fondi e acquistare i ‘giocattoli’ più sofisticati oggi in commercio dalle attrezzature di sorveglianza ai cannoni ad acqua. Un aspetto molto più importante è che, ancor prima delle proteste di Praga del settembre 2000, il movimento, per quanto decentralizzato, rischiava di essere visto come qualcosa di lontano e totalmente staccato dai problemi quotidiani della gente.

La domanda è quindi la seguente: se deve esistere una maggiore strutturazione che forma dovrebbe assumere? Quella di un partito politico internazionale che preme per democratizzare il governo del mondo? Nuovi partiti nazionali? Una rete di consigli comunali e cittadini ciascuno impegnato a introdurre una democrazia partecipativa? Tale struttura dovrebbe forse esistere a prescindere dalla politica elettorale e concentrarsi esclusivamente sulla creazione di contro-poteri da opporre allo stato?

Questi problemi sono di natura strategica e filosofica allo stesso tempo. In sostanza dipendono dalla definizione attribuita a uno dei concetti più sfuggenti in assoluto: la globalizzazione. Una delle possibili interpretazioni è che la globalizzazione consista essenzialmente in una buona idea caduta nella mani sbagliate: la situazione può essere corretta solo con organismi internazionali (vedi Organizzazione Mondiale del Commercio) più democratici e responsabili e con la definizione di norme globali per la tutela dell’ambiente, la tassazione delle transazioni economiche e il rispetto degli standard lavorativi. O, forse, la globalizzazione è, in sostanza, una crisi della democrazia rappresentativa, per cui il potere e il processo decisionale vengono delegati a centri sempre più lontani dai luoghi in cui gli effetti di tali decisioni vengono poi percepiti, fino al punto in cui la democrazia rappresentativa stessa non significhi limitarsi a votare, ogni tot anni, per dei politici che usano il proprio mandato per trasferire i poteri nazionali all’Organizzazione Mondiale per il Commercio e al Fondo Monetario Internazionale. Un altro problema è poi cercare di capire se il nuovo movimento di protesta stia solo cercando di imporre il suo personale e più umano ‘marchio di globalizzazione’ o si opponga, per principio, alla centralizzazione e alla delega dei poteri criticando allo stesso modo la sinistra, l’ideologia preconfezionata e la ricetta neoliberale per un McGoverno.

Se tutti sono più meno d’accordo sulla necessità di sedersi e iniziare a vagliare tali questioni, vi sono invece altri problemi urgenti e alquanto evidenti che pochi sono pronti a riconoscere e affrontare. Ad esempio, in che contesto dovranno essere trattati questi argomenti? E chi avrà il compito decidere? Il Forum Sociale Mondiale ha rappresentato il più ambizioso tentativo mai compiuto per avviare questo processo, dato che ha visto la partecipazione di ben 10.000 delegati. Pochi dei presenti sapevano tuttavia cosa aspettarsi veramente dall’evento, se un facsimile dell’ONU, una gigantesca tavola rotonda o un partito. La struttura organizzativa del Forum è risultata talmente confusa che era quasi impossibile capire come venivano prese le decisioni o cercare di contrastarle in qualche modo. Non c’erano sessioni plenarie aperte a tutti, né la possibilità di votare la struttura di eventi futuri.

Anche se il Forum era stato indicato come una specie di pausa delle proteste, entro la terza giornata di incontri i delegati frustrati hanno iniziato a fare ciò che conoscevano meglio, ovvero, protestare. Ci sono state marce e manifesti, almeno una mezza dozzina. Gli organizzatori assediati hanno ricevuto accuse di ogni genere, dal riformismo al sessismo, per non citare la totale noncuranza per il continente africano. Il gruppo Anti-Capitalist Youth li accusava di ignorare l’importante ruolo svolto dall’azione diretta nella creazione del movimento. Il loro manifesto condannava il Congresso definendolo un grande ‘inganno’ in cui il seducente linguaggio della democrazia veniva usato per evitare i possibili dissensi e contrasti legati a una discussione sulle classi sociali. La fazione PSTU, satellite del Partito dei Lavoratori (Workers Party), iniziò a interrompere tutti i discorsi in cui si prospettava la possibilità di un mondo diverso al grido di: "Un altro mondo è impossibile, se non annientate il capitalismo per introdurre il socialismo!" (Suonava meglio in Portoghese.)

Alcune delle critiche erano senza dubbio ingiuste. Il Forum raccoglieva un’incredibile gamma di posizioni e opinioni diverse ed è proprio questa diversità che rendeva inevitabili i conflitti. Altre accuse erano invece più che legittime e avevano implicazioni che si estendevano ben oltre la settimana del Forum. Uno dei problemi emersi è ad esempio il seguente: come vengono prese le decisioni in questo ‘movimento di movimenti’? Per quel che concerne gli anarchici, tutto il gran parlare di decentralizzazione estrema nasconde spesso una struttura gerarchica ben definita e reale, basata su chi conosce e controlla le reti informatiche che collegano tra loro gli attivisti, ovvero ciò che Jesse Hirsh, uno dei fondatori della rete informatica anarchica Tao Communications, indica come una ‘stupida adocrazia/adocrazia di idioti’ ???. Un’altra importante questione è poi stabilire chi decide, all’interno delle organizzazioni non governative (NGO), quali ‘rappresentanti della società civile’ devono passare oltre le barricate di Davos o Quebec, mentre il resto dei manifestanti restano fuori, respinti con cannoni ad acqua e gas lacrimogeno. Non vi è alcun accordo tra gli organizzatori delle dimostrazioni in merito alla partecipazione ai negoziati e, soprattutto, non è in atto alcun processo davvero rappresentativo che consenta di prendere tali decisioni: non esistono meccanismi per scegliere i membri più idonei di una delegazione attivista e non vi è alcun gruppo di obiettivi prefissati in base a cui misurare i benefici e i tranelli di una eventuale partecipazione.

Tutti questi problemi legati ai processi interni del movimento erano e sono tuttora urgenti, soprattutto in vista dell’intensa sessione di negoziati dell’organizzazione Mondiale del Commercio previsti per autunno 2001 e di fronte alle trattative di Free Trade Area of the Americas attualmente in corso. Come possiamo decidere quale, tra le soluzioni che seguono, è l’obiettivo da perseguire, se ottenere ‘clausole sociali’ su lavoro e ambiente all’interno degli accordi internazionali, svincolare in toto dalla portata degli accordi interi settori come sicurezza alimentare e agricoltura o eliminare gli accordi stessi alla radice?

E’ quindi necessario aprire un serio dibattito sulle strategie e i processi da seguire, anche se è piuttosto difficile pensare a un qualche tipo di strutturazione che non finisca per impantanare un movimento il cui punto di forza è stata finora proprio la capacità di rispondere in modo flessibile. Una parte del problema è di natura strutturale. Tra gli anarchici, che si occupano di gran parte dell’organizzazione di base, principi quali democrazia diretta, trasparenza e autodeterminazione delle comunità non sono solo nobili ideali, ma dogmi fondamentali che regolano le rispettive organizzazioni. Nonostante questa visione piuttosto fanatica del processo, gli anarchici tendono tuttavia a opporre resistenza a ogni tentativo volto a strutturare o centralizzare il movimento. Al contrario, molte delle organizzazioni non governative più importanti, benché condividano teoricamente i principi anarchici sulla democrazia, sono invece di per se organizzate come gerarchie tradizionali: sono guidate da leader carismatici e consigli d’amministrazione e i soci si limitano a erogare denaro e applaudire da fondo campo. L’istituzione International Forum on Globalization, cervello della branca nordamericana del movimento, ha un processo decisionale poco trasparente e non è tenuta a render conto del proprio operato a un ampio numero di soci. Nel contempo, le tradizionali strutture basate sull’associazione volontaria, come i partiti politici e i sindacati, sono diventate delle figure del tutto secondarie nello scenario di queste vaste reti di attivismo.

Forse la vera lezione di Porto Alegre è che la democrazia e la responsabilità devono essere prima di tutto costruite in una scala gestibile, all’interno di comunità e coalizioni locali e nelle singole organizzazioni, per poter poi essere ampliate e diffuse. Partendo da questi presupposti, ci sono poche speranze che sia possibile ottenere un adeguato processo democratico riunendo in una sala 10.000 attivisti, con posizioni e opinioni radicalmente diverse. Per creare un modello che consenta di tirar fuori una qualche coerenza da un movimento il cui principale vantaggio tattico è stato, fino ad oggi, quello di assomigliare a uno sciame di zanzare, può essere utile, ancora una volta, considerare la figura più vicina a un leader di cui questo movimento dispone: una maschera, due occhi e una pipa il tutto noto come Sottocomandante Marcos. La storia di Marcos è quella di un uomo arrivato alla leadership non attraverso verità certe, ma grazie alla capacità di affrontare l’incertezza politica e imparare a conformarsi alle situazioni, a seguire la scia. Anche se non vi è alcuna conferma sulla reale identità del sottocomandante, la leggenda più diffusa racconta che il giovane Marcos, intellettuale e attivista Marxista, era ricercato dallo stato e aveva dovuto lasciare diverse città per fuggire sulle montagne del Chiapas, nell’area sudorientale del Messico. Intriso di retorica e convinzioni rivoluzionarie, aveva cercato di convertire le povere masse indigene alla causa della rivoluzione proletaria armata contro la borghesia. Sosteneva che tutti i lavoratori del mondo devono unirsi, ma si rese ben presto conto che i Maya lo fissavano stupiti: essi gli rispondevano infatti che non erano dei lavoratori e che la terra non era affatto una proprietà, bensì il cuore stesso delle loro comunità. Dato che aveva fallito come missionario Marxista, Marcos si gettò a capofitto nella cultura Maya e quanto più apprendeva, tanto meno sapeva.

Grazie questo processo è nato un nuovo genere di esercito, chiamato EZLN, che sosteneva di non essere controllato da una élite di comandanti guerriglieri, ma dalle stesse comunità, attraverso consigli clandestini e assemblee libere. "Il nostro esercito", ha dichiarato Marcos, "è diventato scandalosamente indiano" a indicare il fatto che egli non era affatto un comandante ringhioso che impartiva ordini, ma un canale attraverso si esprimeva la volontà dei consigli. Le prime parole che pronunciò in questa nuova veste furono le seguenti: "Attraverso me si esprime la volontà dell’Esercito Nazionale Zapatista di Liberazione."

E’ allettante ridurre il modello Zapatista a qualcosa di riferibile unicamente alle battaglie degli indigeni, ma ciò significherebbe travisare totalmente la questione. Il motivo per cui ci sono oggi 45.000 siti web sugli Zapatisti, perché i comunicati di Marcos sono disponibili in almeno 14 lingue e perché sono stati scritti 22 libri sul tema e girati 12 documentari è che c’è qualcosa nella teoria dello Zapatismo che va ben oltre il Chiapas e che ha a che fare, secondo me, con la definizione stessa di rivoluzione e di dove il potere debba effettivamente poggiare. Alcuni anni fa, l’idea di un commando Zapatista che si recava a Città del Messico per affrontare il Congresso sarebbe stato qualcosa di impensabile. La prospettiva di guerriglieri mascherati, sebbene disarmati, che entravano in un tempio del potere politico poteva significare una sola cosa: rivoluzione. Ma quando gli Zapatisti sono arrivati a Città del Messico in marzo 2001, il loro scopo non era affatto rovesciare lo stato o proclamare presidente il loro leader. In realtà, quando finalmente hanno potuto accedere al Congresso, Marcos è stato lasciato fuori.

Se mai, con la richiesta del controllo sulla terra, di una rappresentazione politica diretta e del diritto di proteggere la loro lingua e cultura, gli Zapatisti chiedevano un minore potere dello stato sulle loro vite e non volevano certo insediarsi ai vertici del paese. Ciò che distingue gli Zapatisti dai tipici rivoluzionari Marxisti è proprio il fatto che il loro obiettivo non è acquisire il controllo, ma ottenere e creare spazi autonomi dove possano prosperare "democrazia, libertà e giustizia". Ciò è strettamente connesso con un modello organizzativo che non suddivide la comunità in compartimenti stagni composti da lavoratori, guerrieri, agricoltori e studenti, ma cerca piuttosto di organizzare le comunità nel loro insieme, attraverso i vari settori e le diverse generazioni, creando un genuino ‘movimento sociale’. Per gli Zapatisti, istituire queste zone autonome non è certo la ricetta per uscire dall’economia capitalista, bensì un mezzo per creare una base che consenta di confrontarsi con essa. Marcos è convinto che questi spazi liberi, creati grazie al recupero della terra, all’agricoltura pubblica e alla resistenza alla privatizzazione, produrranno alla fine dei contro-poteri da opporre allo stato.

Questo modello organizzativo si è diffuso in tutta l’America Latina e nel mondo. Lo si può osservare in Italia, nell’occupazione abusiva dei cosiddetti ‘centri sociali’ e in Brasile , dove il gruppo Landless Peasants’ Movement si appropria di aree agricole inutilizzate e le sfrutta per realizzare mercati, scuole e un’agricoltura sostenibile secondo il motto: ‘Ocupar, Resitir, Producir’ (Occupare, Resistere, Produrre). Queste stesse idee sono state espresse con forza dagli studenti dell’Università Autonoma Nazionale del Messico durante la lunga e combattiva occupazione del campus. Zapata ha detto una volta che la terra appartiene a chi la coltiva: gli striscioni di questi studenti dicevano SOSTENIAMO CHE L’UNIVERSITÀ APPARTIENE AGLI STUDENTI CHE CI STUDIANO.

Ciò che pare emergere non è tanto un movimento mirato a ottenere un unico governo globale, quanto piuttosto la ‘visione’ di una rete internazionale sempre più interconnessa di iniziative strettamente locali, ciascuna delle quali basata su una democrazia di tipo diretto.

Quando i critici dicono che il movimento non ha una ‘visione condivisa’, ciò cui in realtà si riferiscono è l’assenza di una filosofia rivoluzionaria comune su cui tutti siano concordi, come potrebbe essere il Marxismo, l’ecologia radicale o l’anarchia sociale. Questo è assolutamente vero ed è qualcosa di cui dobbiamo essere estremamente felici e orgogliosi. Al momento, gli attivisti anti-corporativi che protestano sulle strade sono circondati da sedicenti leader ansiosi di reclutarli come soldati di fanteria. Da una parte c’è il Partito Socialista dei lavoratori, ansioso di accogliere le fonti dell’energia sprigionata a Seattle e Washington nella sua struttura settaria ed evangelica. Dalla parte opposta c’è John Zerzan a Eugene, Oregon, che vede la rivolta e la distruzione delle proprietà come il primo passo verso il collasso dell’industrializzazione e il ritorno a un ‘primitivismo anarchico’ pre-peccato originale, una sorta di utopia di cacciatori-raccoglitori.

Aver respinto tutti questi programmi e aver rifiutato tutti i manifesti generosamente offerti in donazione da questo e da quest’altro, sono certo degli importanti meriti di questo giovane movimento che resiste e cerca di avviare un processo di rappresentazione accettabile e democratico che gli consenta di portare la resistenza allo stadio successivo. La soluzione sarà un programma in dieci punti? Una nuova dottrina politica? Forse niente di tutto ciò. Forse da questa caotica rete di perni e raggi nascerà qualcosa di nuovo, non il progetto di qualche nuovo mondo utopico, ma l’intento di proteggere la possibilità che ci siano molti mondi diversi, "un mondo" come dicono gli Zapatisti "che racchiude in sé molti mondi". Forse, invece di scontrarsi testa a testa con il neoliberalismo, questo movimento di movimenti saprà accerchiarlo da ogni direzione.