Un movimento mondiale, plurale e sociale
di Mimmo Porcaro*
fonte: agenzia Testimoni di GeNova su www.carta.org

Dopo il primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre (al quale farà seguito un secondo appuntamento, sempre in quella città, nei giorni dal 31 gennaio al 5 febbraio 2002) si sono verificate due serie di eventi in parte prevedibili, ma sicuramente sorprendenti per la rapidità e l'incisività che li contraddistinguono.

Per prima cosa si è avuta una crescita "geometrica" del movimento su scala mondiale, e soprattutto in Europa: Genova ne è stata il segno più tangibile ed importante. In secondo luogo è avvenuta una rapida intensificazione dello scontro, sia nel senso dell'intensificarsi della repressione contro il movimento (ed anche in questo caso Genova insegna) sia nel senso del drammatico acutizzarsi della guerra vera e propria, una guerra sempre presente e mai sopita (in Iraq, in Palestina, nei Balcani ed altrove) ed ora, dopo i fatti di New York e Washington, apertamente rivendicata, dai potenti e dai loro speculari "avversari", come prospettiva "salvifica" per i prossimi anni.

Il precipitare di tutti questi eventi impone al movimento sia di esaltare al massimo la sua novità e la sua capacità di estensione ed articolazione, sia di affrontare con decisione i "vecchi" e mai scomparsi problemi dell'unità di azione e dell'intervento sui più generali rapporti di forza: i problemi della politica, insomma. Problemi che non possono essere elusi, pena il rischio di veder restringere gli spazi di qualunque attività pubblica in nome di un permanente stato di belligeranza.

Novità proposte dal movimento Le novità di questo movimento rispetto alla gran parte delle precedenti esperienze di emancipazione collettiva sono soprattutto tre: il suo carattere mondiale, il suo carattere plurale ed il suo carattere sociale. Cominciamo dall'ultimo: le diverse componenti, i diversi "popoli" confluiti a Seattle, a Porto Alegre ed a Genova sono costituiti in massima parte da organismi che non sono immediatamente politici, nel senso classico di questa parola, ma sono piuttosto impegnati in attività di intervento su questioni che hanno sì un carattere generale, ma che vengono affrontate con un lavoro concreto, diretto e "locale": dalla lotta alla miseria e all'esclusione alla critica dell'appropriazione della scienza da parte delle grandi imprese, dall'azione nei riguardi di vasti o limitati problemi ambientali all'attività di autorganizzazione dei lavoratori.

Quest'insieme di esperienze non può e non deve essere sostituito da una generica ed astratta attività politica, ma deve costituire la base permanente ed autonoma di qualunque attività politica, il punto di partenza ed il luogo di ritorno, ossia il motivo ed il criterio di verifica, di ogni altra azione più generale. Solo in questo modo è possibile immaginare una politica che non assorba e non riduca a sé ogni significativa attività sociale, e che dunque sia uno strumento per un più efficace svolgimento di queste attività, piuttosto che un sostituto simbolico di esse.

Strettamente connesso al carattere sociale è il carattere plurale del movimento: diverse ideologie, diverse aree di intervento, diversi progetti di futuro, per ora convergenti nella critica del presente. Solo chi ha vissuto e patito il carattere monolitico dei partiti e dei movimenti tradizionali può apprezzare appieno l'aspetto liberatorio di questo pluralismo che non esclude affatto, come componenti interne, partiti politici più compatti, così come non esclude che l'uno o l'altro soggetto possano, di volta in volta, prendere la testa, definire la prospettiva del movimento. Esclude però, almeno in linea di principio, l'illusoria eliminazione delle differenze tra le sue componenti ed il dominio permanente dell'una o dell'altra, e così consente una maggiore adesione ad una realtà sociale molto differenziata nonché la possibilità di pensare un modello di società non dominato da un solo principio, sia esso mercantile o burocratico.

Infine, il carattere mondiale del movimento rafforza e moltiplica le due caratteristiche a cui ho appena fatto cenno e consente, inoltre, di immaginare efficaci azioni di contrasto ad un potere che si esercita, appunto, su scala mondiale (anche se non credo che si tratti di un potere "globale", di un impero senza alcun confine nazionale, fatto di centri di dominio indistinti e privo di forti contraddizioni e di gerarchie interne).

Il quarto "partito" internazionale Ed è proprio dalla natura mondiale del movimento che si può e si deve ripartire per affrontare con la necessaria forza i gravi conflitti ai quali ci troviamo di fronte, per disegnare una possibile politica del movimento. In questi giorni, dominati dallo scontro tra un terrorismo apparentemente senza volto ed un terrore bellicista messo in atto dallo stato dominante (gli USA) e dagli stati ad esso subalterni, mi è accaduto spesso di pensare alla parola d'ordine che molti di noi ebbero a far propria durante gli anni dello sviluppo del terrorismo italiano e del connesso rafforzamento delle classi dominanti nostrane: "né con lo stato, né con le BR". Parola d'ordine astrattamente ed eticamente giusta, ma alla fine inefficace perché priva di un forte referente sociale che la sostenesse. Ebbene, oggi le cose non stanno più così.

Oggi, parlando molto schematicamente, esistono almeno tre "partiti" (intendendo con questo termine un insieme di stati, di forze economiche ed anche di partiti in senso stretto) che dominano la scena internazionale: il partito del capitalismo liberale (USA, Europa, Giappone), quello del capitalismo di stato (Russia, Cina) e quello dell'anticapitalismo teocratico e comunitaristico (questa, almeno, è la bandiera di un terrorismo internazionale all'interno del quale, credo, agiscono molti gruppi strettamente capitalistici).

Ma sta nascendo anche un quarto partito, quello della critica democratica al capitalismo, che è fatto sì di movimenti e partiti "singoli", sì di organizzazioni sociali, sì di numerosissimi individui, ma anche di stati regionali e nazionali o di parti di amministrazioni statali: ed è proprio a Porto Alegre che questo eterogeneo "partito" ha fatto il suo debutto, nell'incontro tra il movimento di Seattle da una parte e, dall'altra, lo stato brasiliano di Rio Grande do Sul, Cuba, il Sudafrica, frammenti importanti dell'apparato di stato francese…

Questa eterogeneità comporta certamente molti problemi, ma costituisce anche una grande risorsa: la possibilità concreta di creare uno schieramento anche internazionale (e dunque non solo globale o sovranazionale) capace di cercare un'uscita dall'alternativa terrorismo/guerra e di imporre altre priorità. Uno dei compiti del prossimo Forum mondiale sarà proprio, a mio avviso, quello della consapevole costruzione di tale schieramento.

Parlare alle "masse esterne" Ma nel percorso che ci conduce a "Porto Alegre II" dovrà essere anche affrontato il tema dell'unità politica del movimento. Sarebbe certo un grave e mortale errore affrontare questo problema con scorciatoie di qualsiasi genere, con un'accelerazione cieca dei processi di unificazione; ma sarebbe altrettanto grave illudersi di ripararsi dalla tempesta rifugiandosi nell'esaltazione dell'aspetto "impolitico" del movimento.

Non è possibile a nessuno elaborare soluzioni a tavolino. Quello che si può dire è che, qualunque sia la forma concreta di questa unità (una semplice unità d'azione, un patto federativo o altro) essa non potrà basarsi su un solo principio organizzativo, fisso e determinato una volta per tutte. Si dovranno piuttosto sperimentare diverse combinazioni tra un principio "reticolare" (che comporta il consenso come condizione fondamentale della partecipazione ad una determinata azione e la massima libertà nel percorrere strade alternative) ed un principio "assembleare" (che comporta la formazione di maggioranze e minoranze e quindi un insieme maggiore di vincoli associativi). In ogni caso dovrà essere preservata la possibilità di usare maggiormente l'uno o maggiormente l'altro di questi principi a seconda dei problemi affrontati e, forse, delle fasi. E, in ogni caso, dovrà essere mantenuto fermo il fatto che nessun principio organizzativo dovrà distogliere una massa eccessiva di forze dall'attività "sociale" per convogliarla verso l'attività "politica": ne risentirebbe la capacità di estensione e di radicamento del movimento nel suo insieme.

Ed è proprio sul problema del radicamento che si gioca la partita più importante: sia per tutte le iniziative pensate prima della guerra in corso, sia, e a maggior ragione, per la lotta alla guerra, è necessario che il movimento sappia parlare alle "masse esterne", a tutti coloro che non erano a Genova, e che sappia intervenire (con concrete vertenze mondiali, nazionali e, locali) sulle condizioni materiali di vita di queste "masse esterne" dimostrando il nesso che lega i bassi salari, la precarietà del lavoro, l'esclusione sociale, la devastazione dell'ambiente con le politiche liberiste e con le politiche di guerra. Solo se saprà conquistare queste masse questo movimento avrà un futuro.

Se a Porto Alegre 2001 è nato un movimento mondiale, sociale e plurale, da Porto Alegre 2002 deve nascere uno schieramento mondiale, capace di coniugare l'attività sociale costruttiva con una politica non verticistica, capace di aggiungere ai numerosi soggetti che già lo formano quelli apportati dalla moltitudine che, per ora, si sente ancora priva di speranza e di prospettiva.

* Membro della delegazione italiana al Forum sociale mondiale di Porto Alegre 2001