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Quelle duemila
bandiere nella notte
la pace
MASSIMO NOVELLI (www.repubblica.it)
Sono oltre duemila, chiamati a raccolta dal Torino Social Forum mentre le televisioni di tutto il mondo danno praticamente in diretta gli attacchi americani all'Afghanistan. Più di duemila voci che riecheggiano controcorrente nella dolce sera torinese. Voci. Bandiere rosse e della Palestina, di Rifondazione, dei Comunisti italiani, dei Verdi e degli Umanisti, dell'Askatasuna e del Gabrio, della Sinistra giovanile e di Socialismo rivoluzionario.
Un arcobaleno per dire no alle guerre e ai terrorismi, per gridare che «un altro mondo è possibile».
E sono voci di studenti e di giovani dei centri sociali, di vecchi militanti della sinistra e di anarchici, di comunisti e di sindacalisti della Fiom, dei Cub, dello Slai Cobas. Poi c'è la voce, a chiudere il corteo sgranato da piazza Arbarello fino a piazza Castello, dell'imam della moschea di Torino Bouriq Bouchta. Una voce che dice nel megafono: «Pagano sempre gli innocenti, la gente che non c'entra niente, gente come noi, che non siamo talebani. Noi che non siamo né con Bush né con i talebani. Siamo per la pace e per la giustizia».
Improvvisata in poche ore, subito dopo il primo raid su Kabul, la manifestazione del Torino Social Forum riesce comunque a fare sentire alla città le ragioni di chi non crede che gli interventi bellici, chirurgici o meno, possano davvero risolvere i drammi dei popoli dei Sud del mondo. Magari non saranno troppo popolari in queste ore, questi duemila e passa che sfilano in un centro distratto, ma loro non rinunciano al coraggio «scandaloso» delle loro idee, non abdicano alla politica continuata dalla guerra.
Il serpentone del corteo si apre con uno striscione verniciato con caratteri viola su un fondo d'arancio. C'è scritto: «No alla guerra». Seguono tutti gli altri. Striscioni e facce, capelli lunghi e capelli corti, cravatte e kefiah. Quelli che invitano alla «diserzione sociale» e quelli che urlano come trent'anni fa «yankee go home» e «via l'Italia dalla Nato, via la Nato dall'Italia». Quelli che sono stati a Genova contro il G8 e anziani esponenti del movimento operaio come Gianni Alasia. Dirigenti della Fiom come Giorgio Cremaschi, Giorgio Airaudo, Pietro Passarino, e ragazze dalle zazzere colorate e la maglietta del Che Guevara che scandiscono gli slogan dei loro padri: «Hasta la victoria siempre». Forse saranno ingenui, forse alcuni rispolverano un antiamericanismo (contro i governanti, non contro gli americani) che sembra da museo del come eravamo. Eppure sono un pezzo di società, di politica, di speranze e probabilmente di illusioni, che si ostina a non pensarla secondo i dettami del pensiero unico, pur tra cento contraddizioni e differenze.
Non c'è Sergio Chiamparino, non ci sono rappresentanti delle istituzioni. Sono pochissimi anche gli immigrati extracomunitari. Mentre è presente l'imam, con il quale il sindaco ha polemizzato. «Ci hanno avvertito tardi - si scusa Bouchta - se no saremmo stati molti di più noi musulmani». Ma essere lì, assieme a chi inalbera stendardi con la falce e il martello, e a chi sventola il drappo nero dell'anarchia, è significativo. «La comunità islamica - spiega ancora - è a fianco di tutta la civiltà contro il terrorismo». Che per lui è anche quello di Ariel Sharon. Non ci sono i diessini. Però c'è un sindacalista come Cremaschi, segretario regionale della Fiom, che non ha timore di criticare la sua organizzazione: «L'assenza della Cgil, della maggioranza della Camera del lavoro, a manifestazioni per la pace come questa, sta diventando preoccupante».
Il corteo raggiunge la prefettura tra slogan, canti, rulli di tamburi. «Gli americani - si ritma a un certo punto - non sono più civili dei talebani». Marciano e camminano laici, cattolici, islamici, atei. Il mare di volantini distribuiti è altrettanto eloquente. «Imperialismo assassino» recita uno. «Costruiamo la pace subito» fa un altro. «Contro i giochi di guerra» titola quello della Cub scuola. «Individuare, catturare, colpire i colpevoli. No alla guerra. No al terrorismo» dicono i Comunisti italiani nel loro appello a partecipare alla marcia per la pace PerugiaAssisi.
Quando i manifestanti arrivano in piazza Castello, la sera si è fatta più fredda e i cittadini sono sempre più distratti, neppure un po' incuriositi. Solo un immigrato marocchino con la testa brizzolata, silenzioso e serio in viso, si stacca dai portici per andare dietro quei duemila e rotti che non ci stanno ad adeguarsi alle idee dominanti. Sta loro dietro, non parla, osserva e ascolta. Non ha la faccia del talebano, ha il volto di uno lontano da casa sua. Il viso dei poveri cristi della terra.
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