Donne, Globalizzazione e il Movimento Internazionale delle Donne

di Silvia Federici (fonte www.noglobal.org)

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Introduzione

Immagini di donne che stringono a sé i propri bambini tra macerie che un tempo erano le loro case, che lottano per ricrearsi una vita al di sotto dei tendoni dei campi profughi, o che lavorano in condizioni prossime alla schiavitù (lavoro nero, case di tolleranza, lavoro domestico all'estero) sono da anni ormai una miniera di risorse per notiziari e titoli di stampa.

Le cifre relative alla condizione femminile, in primo luogo nei paesi del "Terzo Mondo", supportano la storia di vittimizzazione raccontata da tali immagini (1) al punto tale che la "femminizzazione della povertà" è divenuta una vera categoria sociologica ( Jackson 1992-1993: 137-139; Lindsay 1997:144 ). Tuttavia, i fattori determinanti una simile deteriorizzazione delle condizioni di vita delle donne- che ironicamente coincide con un accesissimo intervento istituzionale inteso a migliorarne il destino (2) -non risultano del tutto comprensibili neppure in molti circuiti femministi.

Tra i sociologi femministi si è andata consolidando la convinzione che le donne paghino un "costo sproporzionato" per l'entrata dei loro paesi nel sistema economico globale.

Ma le cause di tale situazione non vengono discusse con altrettanta prontezza, oppure vengono sbrigativamente attribuite alle attitudini patriarcali delle agenzie internazionali che presiedono la globalizzazione.

Per questo, alcune organizzazioni femministe hanno proposto una nuova "marcia attraverso le istituzioni" per influenzare lo sviluppo globale e sensibilizzare le agenzie finanziarie alle questioni di genere ( Wichterich 2000: 153-154, 159-160; Porter and Judd 1999: 196 ); mentre altre si sono invece trasformate in gruppi di pressione affinché i governi aderiscano alle raccomandazioni delle Nazioni Unite o delle ONG riconosciute dall'ONU, partendo dall'assunto di base che la strategia più efficace sia la "partecipazione".

In questo saggio si intende criticare quest'analisi, sostenendo invece che la globalizzazione è così catastrofica soprattutto nei confronti delle donne non tanto perché manovrata da agenzie dominate da uomini, sordi ai bisogni delle donne, quanto piuttosto in virtù dei traguardi che essa si prefigge di raggiungere. Lo scopo della globalizzazione consiste infatti nel conferire al capitale corporativo un controllo totale sul lavoro e le risorse naturali espropriando i lavoratori di qualsivoglia mezzo di sussistenza che possa fornire una piattaforma di resistenza a tale sfruttamento.

In quanto tale, non può realizzarsi se non attraverso un sistematico attacco alle condizioni materiali di riproduzione e ai soggetti che ne sono principalmente interessati: nella gran parte dei paesi, le donne. Inoltre, le donne vengono vittimizzate in quanto colpevoli dei due reati capitali che la globalizzazione è chiamata a debellare. Sono loro infatti, che con le loro battaglie hanno contribuito per prime a "valorizzare" il lavoro dei propri figli e delle proprie comunità, lanciando una sfida alle gerarchie sessuali su cui l'accumulazione del capitale ha prosperato, e forzando lo stato ad espandere i propri investimenti nella riproduzione della forza-lavoro (3).       (..Continua)