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Introduzione
Immagini di donne che stringono a sé i propri bambini tra macerie che un tempo erano
le loro case, che lottano per ricrearsi una vita al di sotto dei tendoni dei campi
profughi, o che lavorano in condizioni prossime alla schiavitù (lavoro nero, case di
tolleranza, lavoro domestico all'estero) sono da anni ormai una miniera di risorse per
notiziari e titoli di stampa.
Le cifre relative alla condizione femminile, in primo luogo nei paesi del "Terzo Mondo",
supportano la storia di vittimizzazione raccontata da tali immagini (1) al punto tale
che la "femminizzazione della povertà" è divenuta una vera categoria sociologica
( Jackson 1992-1993: 137-139; Lindsay 1997:144 ). Tuttavia, i fattori determinanti
una simile deteriorizzazione delle condizioni di vita delle donne- che ironicamente
coincide con un accesissimo intervento istituzionale inteso a migliorarne il destino (2)
-non risultano del tutto comprensibili neppure in molti circuiti femministi.
Tra i sociologi femministi si è andata consolidando la convinzione che le donne paghino un
"costo sproporzionato" per l'entrata dei loro paesi nel sistema economico globale.
Ma le cause di tale situazione non vengono discusse con altrettanta prontezza, oppure vengono
sbrigativamente attribuite alle attitudini patriarcali delle agenzie internazionali che
presiedono la globalizzazione.
Per questo, alcune organizzazioni femministe hanno proposto una nuova "marcia attraverso
le istituzioni" per influenzare lo sviluppo globale e sensibilizzare le agenzie finanziarie
alle questioni di genere ( Wichterich 2000: 153-154, 159-160; Porter and Judd 1999: 196 );
mentre altre si sono invece trasformate in gruppi di pressione affinché i governi aderiscano
alle raccomandazioni delle Nazioni Unite o delle ONG riconosciute dall'ONU, partendo
dall'assunto di base che la strategia più efficace sia la "partecipazione".
In questo saggio si intende criticare quest'analisi, sostenendo invece che la globalizzazione
è così catastrofica soprattutto nei confronti delle donne non tanto perché manovrata
da agenzie dominate da uomini, sordi ai bisogni delle donne, quanto piuttosto in virtù
dei traguardi che essa si prefigge di raggiungere. Lo scopo della globalizzazione consiste
infatti nel conferire al capitale corporativo un controllo totale sul lavoro e le risorse
naturali espropriando i lavoratori di qualsivoglia mezzo di sussistenza che possa fornire
una piattaforma di resistenza a tale sfruttamento.
In quanto tale, non può realizzarsi se non attraverso un sistematico attacco alle condizioni
materiali di riproduzione e ai soggetti che ne sono principalmente interessati: nella gran
parte dei paesi, le donne. Inoltre, le donne vengono vittimizzate in quanto colpevoli dei due
reati capitali che la globalizzazione è chiamata a debellare. Sono loro infatti, che con le
loro battaglie hanno contribuito per prime a "valorizzare" il lavoro dei propri figli e delle
proprie comunità, lanciando una sfida alle gerarchie sessuali su cui l'accumulazione del
capitale ha prosperato, e forzando lo stato ad espandere i propri investimenti nella
riproduzione della forza-lavoro (3). (..Continua)
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