La repressione durante la dittatura salazarista


[…] Un uomo è caduto, e subito gli altri lo hanno tirato su a strattoni, gli hanno urlato, ciascuno dalla propria parte, due domande diverse, come potrebbe rispondere anche se lo volesse, e non è questo il caso, perché l’uomo che è caduto ed è stato tirato su, morirà senza aver detto una sola parola.

Soltanto gemiti gli usciranno dalla bocca e, tacitamente, nel silenzio dell’anima, profondi lai, ma anche quando saranno saltati i denti è bisognerà sputarli a pezzi, il che fornirà maggior ragione per picchiarlo di nuovo, non s’insozza la proprietà dello stato, anche allora il rumore sarà quello dello sputo e nessun altro, quel meccanismo incosciente delle labbra, e poi la caduta della saliva sparsa per terra, aggrumata di sangue, che stimola il gusto delle formiche, le quali telegrafano a vicenda la caduta di questa nuova manna, uno strano rosso venuto giù dal cielo così bianco.

L’uomo è caduto di nuovo. E’ sempre lo stesso uomo, hanno detto le formiche, uguale il bordo delle orecchie, l’ombra della bocca, non è possibile confondersi, perché mai sarà sempre lo stesso uomo che cade, allora non si difende, non si batte.[…]

Adesso quel dolore fulminante fra le gambe, ai testicoli in linguaggio da manuale di fisiologia, ai coglioni in questo parlare grossolano che s’impara più facilmente, fragili balle, palloni levigati di imponderabile etere che ci portano davvero in trance, parlo di uomini, sono loro che ci portano in viaggio fra il cielo e la terra, ma non questi poveracci che ansiosamente le mani tentano di riparare e che adesso si abbandonano perché un fragore e il colpo violento del tacco si sono abbattuti sulle reni.

Si meravigliano le formiche, ma solo di sfuggita. In fondo, hanno i loro doveri, gli orari da rispettare, fanno già tanto quando alzano la testa come i cani e si fermano a guardare vagamente per verificare che l’uomo caduto sia lo stesso o se nella storia sia stata introdotta una variante.

La formica più grande ha già fatto tutto il giro della parete, è passata sotto la porta, ci vorrà un bel po’ di tempo prima che torni, e allora troverà tutto cambiato, per modo di dire, gli uomini sono sempre in tre, ma i due che non cadono mai si divertono, dev’essere un gioco, non si vede altra spiegazione, si divertono a spingere il terzo uomo contro un muro, lo afferrano per le spalle e ce lo sbattono a spintoni, e allora come capita capita, o quello sbatte di schiena e prende in pieno il muro con la testa, oppure ci arriva di faccia, ed è il povero viso già pesto che si spiaccica sulla calce e vi lascia, un poco di sangue, non molto, lo stesso che scorre dalla bocca e dall’arcata destra. E se a quel punto lo lasciano, scivola giù senza motivo, non il sangue, l’uomo, lungo la parete fino ad accasciarsi al suolo, a fianco del sentierino di formiche, d’improvviso spaventate perché sentono cadere dall’alto quella gran massa che alla fin fine, non le tocca neanche di striscio.

E in un momento in cui lo hanno lasciato per terra, una formica gli si è aggrappata ai vestiti, voleva vederlo più da vicino quella stupida, sarà la prima a morire perché nel punto esatto in cui si trova si è abbattuta la prima randellata, la seconda non la sente già più, ma la sente l’uomo, che per il dolore, non lui, ma lo stomaco, gli si rivolta, e crolla di nuovo, fra conati di vomito, è lo stomaco, il calcio violento o la pedata in pieno, e subito dopo un altro su quelle pareti, parole tanto normali da offendere l’udito.

Uno degli uomini è uscito, è andato a riprendersi dallo sforzo. E’ Escarrilho, figlio legittimo di padre e madre, sposato con figli, e questo a dir poco perché l’altro, quello che è rimasto dentro a sorvegliare il prigioniero, Escarro, anche lui ha un padre e una madre, anche lui e sposato con figli, come si fa a distinguerli se non dai lineamenti, e tuttavia visti i nomi, Escarro l’uno, come a dire sputacchio, Escarrilho l’altro, non sono parenti anche se appartengono alla stessa famiglia.

Passeggia per il corridoio, è talmente stanco che inciampa contro un panchetto, Questo tizio mi sta distruggendo, accidente a quelli che non parlano, ma ci rimette lui, non dovessi più chiamarmi Escarrilho, eccome se ci rimette lui. Va a bere una secchiata d’acqua, è una febbre bruciante, e a quel punto gli viene un tale nervoso che irrompe di nuovo nella stanza, ormai ripresosi, è un ciclone, si slancia come un cane su Germano Santos Vidigal, è un cane che si chiama Escarrilho, ed è come se Escarro stesse facendo, tse, tse, manca solo che morda, in seguito si potrà vedere come questo e quest’altro siano segni di denti, umani, oppure di cane, non è sicuro, chè talvolta agli uomini nascono denti canini, questo lo sanno tutti. Poveri cani, addestrati a mordere chi dovrebbero rispettare e dove non dovrebbero, qui, proprio qui dove sono uomo, non più che sul braccio o sul mento, o in quest’altro posto che è il cuore, un altro tipo di occhi, o nel cervello, occhi veri. Ma fin da piccolo mi è stato detto che questa macchina inquieta è la parte più umana che possiedo e, anche se non ci credo poi tanto, la tengo da conto, e no è giusto che me la mordano i cani.

La formica grande è al suo quinto giro e il gioco continua. Questa volta è uscito per riposarsi Escarro, è passato per l’ufficio del tenente Contente a informarsi su come andavano le operazioni sul campo, le grandi manovre, e il tenente ha detto che stava facendo una retata generale di scioperanti per tutta la provincia, con tutti gli effettivi in azione, … e quel Germano Vidigal ha già parlato? Lo domanda il tenente Contente…

Ancora no, è un osso duro, e il tenente sollecito e servile, Bisogna usare i sistemi più duri. Sappiamo bene quello che facciamo ed è uscito sbattendo la porta, Che imbecille, e magari proprio per questo, per via di questa contrarietà, è entrato nella stanza dove c’erano le formiche e ha preso dal cassetto una sferza con la punta d’acciaio, un’arma mortale, si è avvolto la briglia intorno al polso per maggiore sicurezza e mentre quest’uomo che sta soffrendo cercava, rintontito, di schivare gli assalti di Escarro, gli ha calato il sibilante fragello sulla spalla e poi giù sulla schiena, centimetro dopo centimetro, come se mietesse il grano verde, fino alle reni, indugiando in quel punto, cieco a occhi aperti, che non esiste peggior cieco, ritmando i colpi contro quell’uomo, adesso disteso a terra, metodicamente per non stancarsi troppo, tutto si paga tranne che la stanchezza, ma a poco a poco comincia a perdere il dominio di se stesso e si trasforma in una macchina improvvisamente impazzita, in un automa ubriaco, al punto che Escarrilho lo trattiene per un braccio, Aspetta, non esagerare, quello ci rimane.

Lo sanno le formiche, tanto abituate a vedere i loro morti e a fare diagnosi a prima vista[…] Com’è pallido quest’uomo, non sembra neanche lo stesso, la faccia gonfia, le labbra spaccate, e gli occhi, poveri occhi, neanche si vedono nel viso, com’è diverso da quando è arrivato, ma lo riconosco dall’odore, che è pur sempre il miglior senso per le formiche. Mentre pensa questo, improvvisamente le sparisce di sotto gli occhi il viso perché gli altri due uomini lo stanno girando e lo sdraiano supino, gli versano un po’ d’acqua sulla faccia, una brocca d’acqua che è casualmente fresca, presa dal profondo e nero pozzo, con la pompa, mica lo sapeva quest’acqua che cosa l’attendeva, proveniente dalle viscere della terra,[…]

La versano dall’alto su un viso, una caduta brusca, ma subito attutita, mentre scorre lentamente sulle labbra, sugli occhi, sul naso e sul mento, sulle guance peste, sulla testa bagnatada altra acqua, che è il sudore, e si rimane li a far conoscenza della maschera per il momento ancora viva di quest’uomo.[…] Escarrilho ed Escarro tirano su Germano Santos Vidigal per le braccia, lo sollevano di peso, non vorrei che vi disturbaste, e vanno a metterlo seduto su una sedia. Escarro tiene ancora in mano la sferza, arrotolata intorno al polso, ormai gli è passata la furia di picchiare in quel modo, ma caccia un urlo, Cornuto e sputa in faccia all’uomo accasciato sulla sedia come una giacca che è stata sfilata ed è rimasta lì, vuota.

Apre gli occhi Germano Santos Vidigal e, per quanto sembri incredibile, quello che vede è la fila di formiche, forse perché più gremita nel punto in cui si fissano gli occhi al momento di aprirsi, nessuna meraviglia, il sangue umano è un manicaretto per le formiche e inoltre, a pensarci bene, loro vivono solo di quello.[…]

Ha aperto gli occhi, ammesso che questo significhi aprirli, due fessure strettissime che la luce riiesce a stento a penetrare e quella che entra è troppa, tant’è vivo il dolore allle pupille, avvertito solo perché è un dolore nuovo, un coltello che va a piantarsi dove ce ne sono altri cento piantati e nella carne si rigirano, e fra i gemiti a biascicato qualche parola a cui Escarro ed Escarrilho hanno teso ansiosamente l’orecchio, ormai pentiti di un castigo così grande, può darsi che non riuscirà a parlare, ma quello che vuole Germano Santos Vidigal, un poveraccio ancora assoggettato ai bisogni del corpo, è infilarsi lì dentro a scaricare la vescica che, vai a sapere perché, adesso ha dato segnali urgenti, oppure si svuotera lì comunque. Escarro ed Escarrilho non vogliono sporcare il pavimento più di quanto si è visto, ma sperano anche che si sia spezzata la resistenza dell’ostinato, e questa richiesta ne sia un primo segno, quindi si accosta uno di loro alla porta per vedere se il corridoio è libero, fa un cenno e rientra, e tutti e due sostengono Germano Santos Vidigal per i cinque metri che lo separano dalla sentina, lo appoggiano alle assi dell’urinatorio, ma quel poveraccio deve sbottonarsi da solo con le dita incerte, cercando ed estraendo dalle brache il torturato arnese, lo zufolo, non osando toccare i testicoli gonfi, lo scroto graffiato, e poi si concentra, chiama in aiuto tutti i muscoli, dapprima chiede loro di contrarsi e poi, di colpo, di rilassarsi perchè gli sfinteri si distendano, diminuiscano la terribile tensione, ci prova una, due, tre volte e all’improvviso esce lo zampillo, di sangue, forse anche di urina, come si fa a distinguere in questo unico getto rosso, come se tutte le vene del corpo si fossero rotte e avessero trovato sbocco da qualche parte. Lui si trattiene, ma lo zaampillo non diminuisce, E’ la vita che se ne sta andando via così. Sta ancora gocciolando quando si rassetta, privo di forze per abbottonarsi.

Escarro ed Escarrilho lo riportano, ormai con i piedi strascicanti, nella stanza con le formiche e lo risiedono sulla sedia, e questa volta è Escarrilho a domandare, con voce speranzosa, Vuoi parlare adesso, è una sua idea, visto che lo hanno lasciato andare là dentro, adesso dovrà parlare, un gesto si ricambia con un altro gesto, ma Germano Santos Vidigal abbandona le braccia, la testa si accascia sul petto, la luce si spegne nel suo cervello. La formica più grande scompare sotto la porta, dopo aver completato il suo decimo viaggio.

Quando tornerà al formicaio, troverà la stanza piena di uomini. Ci saranno Escarro ed Escarrilho, il tenente Contente, il sergente Armamento, il caporale Tacabo, due militi ignoti e tre prigionieri scelti a casaccio per testimoniare che, avendo i suddetti agenti voltato le spalle per un minuto, non di più, per occuparsi di affari urgenti, nel girarsi hanno trovato il prigioniero impiccato con un fil di ferro, proprio come si trova adesso, un capo arrotolato intorno a quel chiodo là e l’altro girato due volte intorno al collo di Germano Santos Vidigal, si, si chiama Germano Santos Vidigal, è importante per il certificato di morte.

 

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